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Quel giorno quasi di soppiatto
entrati in parlamento,
la strada, una,
quella del potere,
non v’era dubbio che lì si dipanasse,
per conoscerla, non per praticare,
scrutammo occhi segreti,
aspettammo canne di fucile.
Invece ci sommerse un inventario
di mobili vecchi lucidati,
divani in pelle impunturata,
poltrone quadri armadi librerie,
drappi alle pareti tante scrivanie,
e stese a bella posta,
come distrattamente,
vecchie memorie,
chincaglieria del presidente.
Poi abiti scuri indaffarati,
su per le scale, lungo i corridoi,
carte sotto il braccio,
come la borsa della spesa,
e noi vestiti a caso
stretti dentro l’ascensore.
Si schiuse in un teatro
il quarto piano della galleria:
una scena di quattro segretarie,
in gita la folla d’una scuola,
gli attori in giro per il pranzo,
che noi diremmo colazione;
poco mancò che un manichino
ci proponesse una tartina col salmone.
A Sacramento,
tutta la gente a spasso
cercava la stanza dei bottoni.