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Io lo sapevo d’avere qualcosa da dire quando il ministro Bondi, differenziandosi dal predecessore Rutelli, si è inventato questa storia, sulla quale, a mia conoscenza, c’è stato consenso trasversale. Eppure non avevo ben chiaro cosa. Ho riflettuto, sono poi andato in vacanza, ed ora lo so. Lo so da quando ho visitato le rovine dell’ennesima città greca. Vi racconto come vanno le cose a Locri Epizèfiri, Locride, Calabria, Italia. C’è una piccola folla di addetti, quattro o cinque persone, che chiacchierano davanti all’ingresso del Museo, al quale si accede dal piazzale adiacente alla SS 106 (di questa vi racconterò in seguito). “Si possono vedere gli scavi?” “Sì, si accede dal Museo pagando un biglietto, ma il teatro è chiuso. C’è stato un incendio.” “Cosa c’entrerà un incendio con le pietre, ininfiammabili, di un antico teatro greco”, mi domando in silenzio, mentre mi avvicino alla biglietteria. Una signora garbata, seduta dietro un banco di ricoperto di irrinunciabili souvenir, stacca un biglietto, ci scrive sopra a penna X 2 (siamo in due, infatti), e ci chiede 4 euro (sul biglietto è scritto 2 euro). “Sa, il teatro è chiuso perché siamo in carenza di personale, alcuni sono in ferie.” Entriamo nel museo, uno di quelli ‘minori’, dei quali è costellata l’Italia meridionale. Ne ricordo uno simile a Sibari, abbastanza oltre sulla costiera ionica. Piccole sculture, materiale fittile, soprattutto anfore ed oggetti votivi, qualche vaso decorato, monili, molti pannelli esplicativi. Poche persone in visita. Noto una signora, seduta in un canto, che scambio per una studiosa. Scatto delle foto. La signora mi richiama: “Non si può”. All’ingresso non ci sono avvisi. Ma so che ci sono norme in proposito, anche se l’applicazione è difforme da sito a sito. Non protesto. Completiamo il giro, e ci avviamo agli scavi. Prima d’uscire dal museo, incerto sui miei ricordi di greco, chiedo alla signora se si pronunci Epizèfiri o Epizefìri. La signora mi conferma Epizèfiri. Rinfrancato, azzardo ancora: “E cosa significa?” Avevo a memoria tradotto dalle parti del vento, visto che da queste parti soffiano sempre venti di mare, come il grecale, lo scirocco, il libeccio. Poi, al rientro, scoprirò che significa nei pressi di Zefirio, l’odierno capo Bruzzano. Ma la signora è colta di sorpresa: “Che cosa ha letto?” “Locri Epizèfiri” “Ah, quello significa il nome della città”. Risposta surreale, alla quale non oso replicare. Me la sono cercata. Usciamo negli scavi. Poche persone in giro, meno della piccola folla di addetti che abbiamo incontrato all’ingresso, dove si continua a parlare. Anna Maria raccoglie del rosmarino, abbondante lungo i sentieri tracciati tra le rovine. Prima d’uscire chiedo alla signora della biglietteria come mai ci abbia dato un solo biglietto. “Risparmiamo sulle scorte, che stanno per finire” risponde pronta. Comincia ad incespicare quando insisto: “Ma qui c’è scritto due euro e noi ne abbiamo pagati quattro.” “Oh, ma se ne vuole un altro, glielo dò.” E poi la solita scusa, che si aspetta il rientro del personale per stamparne di nuovi. Bah. A Locri Epizèfiri si ha netta la sensazione dell’avamposto abbandonato dallo Stato, dove scorazzano indisturbati impiegati negligenti, ignoranti, furbacchioni, disaffezionati. Funzionerà così anche il resto delle istituzioni? Mi vengono i brividi se penso che qui siamo nella culla della ‘ndrangheta e che un siffatto atteggiamento potrebbe essere un terreno fertile per i suoi praticanti e fiancheggiatori. Ecco, questo è un piccolo quadro che forse descrive bene che cosa, non solo a Pompei, non va, più in grande, nei nostri beni culturali. E pensare che negli Stati Uniti, l’Occidente per antonomasia, un museo ‘minore’ come quello di Locri Epizèfiri sarebbe considerato un patrimonio inestimabile da valorizzare. Occorrono commissari straordinari, con l’inevitabile spreco di altre risorse, per questo? Oppure basterebbe pensare ad un ministero più presente sul territorio, con addetti coscienziosi, volenterosi, onesti, preparati, capaci di nuove progettualità turistiche (sto pensando ad un tour di un paio di settimane, interamente dedicato ai siti della Magna Grecia), dovunque, in questa conca di ricchezze che è l’Italia? Mi fermo qui. Ho esaurito il mio inventario quotidiano di parole al vento.