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I Napoletani della mia età, e forse anche quelli più giovani, ai quali lo raccontano i Napoletani della mia età, dicevo, i Napoletani lo sanno cosa è la Duchesca. Un posto dove tutti vogliono venderti di tutto, tipo Market Street a San Francisco, con una propensione all’elettricità elettronica tecnologia ultimo grido, senza troppi fronzoli, un po’ di araba contrattazione, e alla fine te ne torni a casa convinto d’aver fatto l’affare. Ci comprai delle tende da campeggio, e relativa attrezzatura, e, stranamente, tutto ha funzionato secondo le attese, compreso il prevedibile allagamento di tenda pseudo-canadese singolo tetto di cotone da vendersi ai giovani poveri in canna, fino a dismissione e sepoltura in deposito a futura memoria. Questo è la Duchesca, anzi fu, perché fu distrutta dal terremoto, muntagne ‘e fraveciogne da ‘o Mercato a Porta Capuana (montagne di macerie dal Mercato a Porta Capuana), chiusa per sempre insieme con una UPIM storica, che troneggiava a margini di uno dei tanti quartieri plebei di Napoli, alle spalle di Garibaldi. I ruderi che sono, nostro malgrado, rimasti in piedi sono adesso area d’espansione per i nuovi venditori camuffati da cinesi.

Sarà, magari, la Chinatown di Napoli tra qualche anno, magari già lo è, e non me ne sono accorto. Ma ancora non ci sono i ristoranti cinesi, quei ristoranti cinesi, dove alla fine della purga a base di riso scotto da condire con un’indefinita broda e con frattaglie di pancetta grondante olio o altro ignoto condimento, e da trangugiare con una bean cake che credevi originale, e poi t’avvedi che è la brutta copia della negativa sbagliata della torta di ceci che si mangia dalle nostre parti, tutt’altro gusto, per carità, dove alla fine di tutto questo ti servono un biscottino di wafer a forma di conchiglia, che ti guardi bene dal rompere, pensando che sia cattiva educazione. Salvo poi accorgerti, guardando un telefilm di Don Johnson, quello di Miami Vice, per intenderci, ma ambientato a San Francisco, mi pare che la serie si chiami Nash Bridges, che lo dovevi proprio frantumare e pescarvi nel cuore un augurale bigliettino cinese. Tipo i baci perugina, quelli che ci hanno sempre venduti facendoci credere che il bigliettino fosse un’idea nostrana.

Ebbene, qui, ogni volta che ci passavo andando all’Università, da studente o da impiegato, volevano vendermi qualcosa, e io mi seccavo, perché magari avevo fretta o pochi soldi o, semplicemente, nun tenevo ‘a capa (non avevo la testa). Un giorno, pensando di sfuggire, mi preparai una bella domanda, di quelle che ritenevo da cento milioni, giusta per mettere a tacere il venditore di turno, “mme serve nu cannone (mi serve un cannone)”, e l’ineffabile interlocutore, imperturbabile quanto tempestivo, di rimando: “ma ‘e ppalle ‘e ttiene? (ma le palle ce le hai?)” Non colsi subito il doppio senso, ero troppo ingenuo ancora forse, ma restai di stucco quello che basta e, rimuginando sui casi della vita, ripresi il mio cammino.

Poi il terremoto fece il suo corso, anticipando i tempi della globalizzazione. Magari la prossima volta vi racconto di Flavio Gioia.