wordpress visitors

C’era un tabaccaio a via Cosenza, all’altezza della chiesa della Starza, dal lato opposto della strada. Il traffico scorreva a senso unico e non v’era spazio per due automobili affiancate, anche perché su uno dei due lati ce n’era quasi sempre qualcuna in sosta vietata. Ma quel giorno Giarrone doveva comprare le sigarette. Si fermò con la sua Pallas al centro della strada, scese ed entrò. Al prolungarsi dell’assenza, i guidatori in attesa dietro la Pallas cominciarono a spazientirsi, finché Giarrone uscì con tutto comodo, senza scomporsi, senza fretta, con le sigarette in mano, per rientrare in auto. Qualcuno in fila lo redarguì – “Ma chi t’a ddata ‘a patente” – Giarrone non si scompose – “E chi t’a ditto ca ‘a tengo” – urlò, risolvendo a modo suo la faccenda.

Giarrone, al secolo Antonio Lucarelli, lo consideravo un personaggio folkloristico, con atteggiamenti da guappo vecchio stile, ma fondamentalmente innocuo. Qualcuno mi ha detto che la sua principale attività erano i fuochi d’artificio e, in verità, questo quadra col fatto che era il capo carismatico della tifoseria della Juve Stabia.

980901_10151392561935870_1701416470_o

Giarrone allo stadio

La Citroen Pallas, che Giarrone usava senza la spocchia dei signori, era unica in città. Posso anche ‘vantarmi’ di essermici seduto dentro, poiché una volta Giarrone mi diede un passaggio da Napoli a Castellammare. Non scambiammo parola durante tutto il viaggio e per strada, quando ci incontravamo, non ci salutavamo, anche se quasi sempre c’era un fugace cenno d’intesa. Insomma, era uno che si faceva i fatti suoi, magari pensando, da responsabile uomo d’onore, che ‘e brave guagliune era meglio che non frequentassero cattive compagnie. Quanto queste fossero cattive lo seppi poco dopo il terremoto del 1980. Fu ammazzato a pistolettate nell’Hotel delle Terme, dov’era alloggiato tra i senzatetto. Qualche mese prima, in televisione, aveva fatto sfoggio della sua patente, dichiarando che sarebbe stato disposto a dare la vita per Raffaele Cutolo. L’episodio è raccontato in Credibility in Court: Communicative Practices in the Camorra Trials (p. 35) di Marco Jacquemet (Cambridge University Press, 1996).