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Or dire che chimico,
se pur par normale,
sia sempre tossico,
sia padre del male,
non è assiomatico,
è superficiale.
Se temi il sintetico
ma vuoi il naturale
e punti al biologico,

che credi speciale,
devi essere critico
questione essenziale,
il senno scientifico
è il solo che vale.
Non devi esser mistico,
bensì razionale,
non devi esser ostico
a quel ch’è banale.

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Come già accadde nel 2016, quando fui invitato a un’analoga manifestazione presso il Liceo Classico “Plinio Seniore” di Castellammare di Stabia, quest’anno sono stato tra i partecipanti alla tavola rotonda della V edizione della Notte nazionale del Liceo Classico presso il Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco” di Portici in rappresentanza dell’Associazione Italiana di Cultura Classica. Secondo la consuetudine che ormai caratterizza questo evento, nel quale si accavallano, spesso in maniera farraginosa, le diverse iniziative, non ho avuto lo spazio necessario per un intervento “completo”. Dalla locandina si capisce anche che sono stato, per così dire, una nota “stonata” tra i tanti illustri intervenuti – una situazione tipo papaveri e papere, per intenderci. Infatti, in premessa mi sono presentato come la “voce del territorio” di un chimico che ha lavorato nell’ambito della ricerca accademica, un “cultore della materia”, per adoperare un termine ben noto a chi frequenta l’Università.

Ho cominciato parlando del Parco della Reggia di Portici, che ho avuto modo di visitare in diverse occasioni e al quale mi legano diverse ragioni: dei miei ex-colleghi lavorano nel Dipartimento di Agraria, dove qualche anno fa ho tenuto un seminario sulle atipicità strutturali di talune proteine; inoltre, un mio zio si laureò in Agraria subito dopo la seconda guerra mondiale, essendo allievo di Filippo Silvestri, uno dei padri fondatori dell’entomologia italiana, il cui busto è esposto nell’annesso museo. Ho poi letto un brano dedicato al Parco della Reggia borbonica di Portici, tratto dal recentissimo “Il Vesuvio Universale” di Maria Pace Ottieri (giornalista milanese, figlia, tra l’altro, di un pioniere della cosiddetta letteratura industriale, nonché dirigente, a Pozzuoli, della locale fabbrica Olivetti di Adriano Olivetti, illuminato industriale degli anni cinquanta), al quale ho avuto il piacere di dare un piccolo contributo, come attestato da un paio di passaggi del libro, accompagnando l’autrice in una veloce visita a Ercolano nel maggio del 2017. “Il Vesuvio Universale” è uno spaccato sul territorio vesuviano, basato sostanzialmente su interviste e incontri, in parte occasionali, in parte prefissati, e organizzato in una serie di capitoletti, che disegnano a loro modo il percorso di Maria Pace nelle sue visite. La nota saliente de “Il Vesuvio Universale” è il continuo alternarsi di attualità e storia, che rende il libro un esempio di quanto sia importante, non solo per noi che ci viviamo, la memoria dei luoghi, di quanto sia importante la loro storia per ricostruire il percorso attraverso il quale siamo arrivati fino ai giorni nostri.

In questo contesto, è stato significativo parlare dell’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) e dei beni che diventano suo patrimonio. L’UNESCO è un organismo che opera sotto l’egida delle Nazioni Unite, promuovendo la pace e la fratellanza tra le nazioni mediante l’istruzione, la scienza e la cultura. Il Parco e la Reggia di Portici sono inseriti nel cosiddetto Sistema delle Residenze Borboniche, proposto per il riconoscimento UNESCO come patrimonio dell’umanità. Delle tredici residenze, sono già patrimonio UNESCO la Reggia di Caserta, la cui costruzione è successiva a quella della Reggia di Portici, e il Belvedere di San Leucio, congiuntamente con l’Acquedotto Carolino. Per inciso, la candidatura è stata avanzata da un’associazione, ma è importante che non siano solo le associazioni o altri enti a promuovere e a sostenere la cura e la diffusione del nostro patrimonio culturale ed ambientale, non solo per un’attenzione, pur dovuta, al nostro passato, ma anche per i benefici che questo può comportare per l’economia, oltre che per le finalità dell’UNESCO. Ognuno di noi deve essere consapevole del fatto che i beni comuni sono anche di sua proprietà, ed ha perciò il dovere di contribuire alla loro cura, in termini di conoscenza e in termini fattivi. Ci sono professionisti nel settore dei beni culturali e ambientali che lavorano spesso nell’anonimato e nell’indifferenza delle istituzioni. Noi potremmo aiutarli a svolgere il loro lavoro, sostenendoli e pubblicizzandone lo sforzo.

Avrei voluto concludere il mio intervento con un’ultima riflessione, per stigmatizzare quanto siano importanti i toponimi per la memoria di un luogo. Come ho già scritto altrove ragionando sul mito, un parallelismo con l’onomatopea – la figura retorica che cerca di riprodurre nelle parole i suoni della natura o i versi degli animali o i rumori artificiali – mette bene a fuoco come i nomi dei luoghi, i toponimi, se conservati, raccontino la storia di quei luoghi e siano un utile strumento della memoria. Ad esempio, sapete che al confine tra Portici ed Ercolano un piccolo basolo riporta incise le lettere P ed R? Bene, P sta per Portici, R per Resina, e l’incisione sta dunque a contrassegnare la linea di confine tra le due città. Resina è il nome medievale di Ercolano, il cui uso prese piede nei primi secoli successivi all’eruzione del 79 d.C.. Tra le tante ipotesi, è notevole che il nome Resina deriva probabilmente dal fatto che in epoca medievale fu importata nel posto la consuetudine greca di aromatizzare il vino con la resina di pino. In greco un tal vino si chiama, appunto “Retsina”. E ancora, a Ercolano c’è una strada che si chiama via Doglie. Il nome non ha niente a che vedere con il dolore. È, invece, il nome attuale di una zona, forse un torrente, di Ercolano che nel 1800 si chiamava Adoglia. In tempi più antichi il nome derivava forse dai recipienti adoperati, tra l’altro, per conservare il vino, i “dolia”. E ancora, a Torre del Greco esiste una strada che si chiama via Fiume Dragone. Il nome ci ricorda che in quel luogo, diversi secoli fa, scorreva un fiumiciattolo chiamato, appunto, Dragone, di cui si sono perse le tracce, probabilmente per gli sconvolgimenti del territorio successivi alle eruzioni di epoca medievale. E così potremmo dire di Portici, di Pugliano – il mercato delle pezze – di San Giorgio a Cremano e di tanti altri toponimi delle nostre zone. È talmente diffusa la citazione che “senza memoria non c’è futuro” che non so più di chi fosse in origine, ma non importa, è così, e gli adulti, la scuola, hanno il dovere di trasmettere questa memoria e gli studenti hanno il dovere di esserne in futuro i depositari, diventando i curatori dei luoghi.

 


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Pure venne la prima Epifania.
Noi, sospesi tra i giochi e le domande,
girovagando fino a mezzanotte,
senza un messaggio scritto tra le mani,
e poche lire in tasca per le spese.
A te restò materna fantasia,

di strega le segrete scorribande,
ogni anno rinnovate tra le frotte
dei passanti, aspettando l’indomani,
il carbone frammisto alle sorprese.
Un verso ripetuto in dì lontani,
e ne riecheggia vaga la poesia.


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Di nuovo ci fermiamo sulla cresta,
confine di memoria, dove rimbocca
il baratro la coltre delle foglie
e tra i faggi sprofondano neviere.
Nell’ocra rossa la mente si ridesta,
d’immagini sfocate già trabocca,

fantasmi di assopite primavere,
da cui insistente il tempo la distoglie.
Una traccia serpeggia ormai vetusta,
uno squarcio tra nubi passeggere,
di nuovo c’accompagna a questa sosta,
dimora, come d’uso, di chimere.


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Ma c’è una soluzione per l’enigma,
con quale arcano affascina un fanciullo
la scienza dove tutto si trasforma,
mutevole la massa, ma costante
ad ogni riarrangiarsi d’elettroni,
un appaiarsi esatto in orbitali
ad ogni nuovo assetto dei legami,
insomma, di Leucippo le visioni,
ma tutto ciò che scorre messo in formule?
Ed ecco, un accidente dà contezza

– la sorpresa della tessera mancante –
che dentro un tale magico trastullo,
ben oltre le apparenze razionali,
fioriva la stagione delle primule,
ci stava inghirlandato l’insondabile,
e il verso ne decritta la stranezza.
La soluzione è, dunque, serendipica,
la chiave ben adatta al paradigma,
che quel che appare ostico semplifica,
che tutto spiega e riconduce a norma.


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Scusate se m’induce in tentazione
l’evento leggendario da curare,
del grande avvenimento l’illusione,
che chi che sia non osi trascurare.
Ma quattro gatti sono intervenuti,
non hanno rinunciato all’occasione,

ha disdegnato lo storico momento
finanche chi giurò di non mancare.
Altra serata, identico copione,
nella saletta tutti benvenuti,
noncuranti d’un noto appuntamento,
erano in otto in tutto i convenuti!


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A oltre sei anni di distanza da La ruggine degli aghi, una seconda raccolta di poesie è stata nei giorni scorsi pubblicata da Guida Editori, con la prefazione di Matteo Palumbo. Matteo è anche intervenuto alla prima presentazione, che si è tenuta il 18 dicembre presso la casa editrice in via Bisignano 11 a Napoli. Vi invito a seguire il link di Facebook, al quale si può leggere la Prefazione.

Se doveste essere interessati ad ottenere una copia del libro, siete pregati di mettervi in contatto con me lasciando un breve messaggio tra i commenti. Sarà mia cura ricontattarvi tramite il vostro indirizzo di posta elettronica (che non sarà visibile, ma dovrà essere inserito perché lasciate un commento). Sarà anche possibile contattarmi tramite l’apposito pulsante, in alto a destra nella pagina di Facebook dedicata a L’amaro delle noci. A Natale regalate poesia!


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Addio, amico, che non ho cercato
in ogni appuntamento rimandato,
incrociato per caso in una via
benedetta, confidando nel tempo,
che all’infinito sarebbe durato
(dei viventi l’eterno passatempo),
che mai davvero mi sono concesso,
sempre pensando di procrastinare.

Addìo, o tu, partito nel frattempo,
che non ti fermi alla mia litania,
che oltre l’immenso hai imparato a viaggiare,
pur se non sei mai davvero mancato
da qui, dove so che non sei mai stato,
da qui, dove so che non hai più tempo,
dove di rado t’ho solo incontrato
grazie a un fugace, divino permesso.


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D’un viaggio americano leggendario,
trascritti con strumenti artigianali,
stanno in una cartella ben riposti
frammenti di memoria digitali,
a raccontar vicende predisposti,
magari, a cose fatte, un po’ banali.
Improbabili facciate d’un diario,

momenti che rimasero nascosti
(una raccolta, quasi, d’antiquario
tra i ripiani di scaffali virtuali,
un’ossessione, un atto necessario),
perché corrotti gli archivi originali,
mancanti i necessari presupposti,
ovvero, dei dettagli sostanziali.


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Ha avuto inizio appena l’esistenza,
e già ti lascio sola questa sera.
Ti chiedo ancora un poco di pazienza,
se parto, ma domani già ritorno,
a giorno concluso, a notte inoltrata,
per starmene con te la vita intera,
per sgranellarla giorno dopo giorno.

Altrove – sai – barbaglia in dissolvenza
uno sprazzo di quando fummo audaci,
un barlume della stagione andata,
quelle attese svelatesi fugaci,
che per entrambi furono esigenza.
Ne sta sfumando l’ultimo contorno,
l’avanzo di quanto fummo capaci.