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Abbiamo assolto al compito con zelo,
rispondendo alle leggi di natura,
sognando l’onde del mare solitario
e di deserte spiagge le accoglienti
alcove, consumando tonnellate
d’ossigeno nei clamori del mondo,
sapendo che va tutto nel passato,
cioè, nel nulla cosmico insondato,

il come che ci resta da esplorare
sempre di più carpendone la luce.
Però non v’è chiarezza sul futuro,
né sull’origine, né sullo scopo.
Così bisogna vivere ignorando
le tessere mancanti del progresso,
il presupposto quid andato omesso,
baluardo dell’umana congettura.


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Ed ora che distinto appare il senso
d’una ridda d’immagini e parole,
s’è fatto tardi, non c’è più rimedio,
più non può virare il tornasole;
nemmeno è disponibile un attrezzo

per dischiodare i chiodi dal Calvario.
Così consuma il giorno un assodato nulla,
nel verso che rigurgitano gli anni,
e non si può sbrogliare la matassa
o riannodare i grani del rosario.


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Ora sta dall’altra parte del mare,
dove comincia la notte del mondo,
come un sogno impossibile, che pure
ardimmo tentare, come inseguendo
il miraggio d’una goccia d’eterno,
persuasi che a chi sale all’Olimpo

venga affidata la chiave del tempo.
Noi fummo là, nell’alone del fuoco,
dove c’illuse un miraggio d’eterno
e sfidarlo non ci parve che un giuoco;
ma brucia nel fuoco ed arde all’Inferno.


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Come fiori che non volli levare
e in ogni istante i colori ne fisso,
in scaturigini asciutte rinchiuse,
in sillabe obliate infine scomparse,
molecole pigre indotte a pulsare,
che diedero ossigeno all’aria
e l’animarono a battiti alterni,

rarefecero in vuoti, condensarono
in pieni – ah – petali sparsi di viole
come al presente lo sento che mancano
nel sordo mortorio del mondo
– di scialbo silenzio l’abisso –
l’inutile eccesso di vuote parole!


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La mezzaluna sfolgora tra i pini,
inutilmente accesa presso casa,
cinico incede il passo della volpe
nell’abbagliante traffico dei fari,
l’inverno se ne va senza nemmeno
cominciare, distillato nel gelo
giorno dopo giorno, ed io ritorno
ad inserire tracce del futuro

nell’elenco da non tenere a mente
d’accadimenti da non commemorare.
Quanti racconti assenti dall’appello,
quante intime memorie sperperate,
nemmeno degne d’immemore foschia!
La vita si biforca a un crocevia,
e questo va tra i fatti marginali.


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Illuso come un esule ritorno
a queste verdeggianti alture,
se non desisto ancora dal tentare,
se così vivo sangue nelle arterie
ancora dopo secoli mi scorre.
Ma d’altri giorni più non c’è la gloria,

né nel silenzio s’ode un’essenziale
voce riaffiorata dalla memoria.
Nessuna v’è possibile salvezza
per chi segnò la furia temporale,
per chi cerca di prenderne contezza.
Così m’arrendo al tramontar del giorno.


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Per quanto tutto sembri casuale,
ché per la scienza nulla è destinato,
il piano, invero, è bene congegnato,
ogni elemento messo al posto giusto,
ogni ingrediente ben amalgamato,
così che venga il gusto equilibrato
tra le spezie tritate dal mulino

nella ricetta antica per l’amaro.
Ogni pezzo partecipa al lavoro,
da un vigile fluire stimolato.
Un’orbita: una crusca che s’incrina.
Un’altra, un nuovo chicco va in farina.
L’acqua prorompe, macina il destino
il maturare ciclico del grano.


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Nell’alito notturno dell’autunno
non è più solo l’albore delle stelle,
più non s’appende buia la salita,
come quando cercammo un focolare,
che riscaldasse due anime com’una,
di qui muovendo in un atteso andare;

e d’ambedue congiunte nella sorte,
felice o vero avversa ch’essa fosse,
solo torna la mia a quest’altare,
che pur le vide unite in una vita,
e spesso ad esso sale solitaria,
or ch’ogni lume accende la memoria.


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Arrivano segnali d’altri giorni,
di quelli che sciupammo nella cura
dell’attendere, e pur sperati appurano
– se fosse ribadirlo necessario –
che fosti come il canto dell’allodola,
che rallegra la quiete del mattino,
poi l’anima che l’eco in me trovò

per il suo grido. Poi ti aspettò
il varco che consegna ogni destino
a una confusa nebbia di memorie,
pur se del resto per ognuno ciò
che l’illude non sempre tale appare,
l’impostura d’un finto divenire.


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Qui giunse il viaggio, dov’è l’Etna fosco,
e Scilla e Cariddi attendono a un mare
d’effimere stelle, ormai senza ufficio,
non più fari d’usuali ritorni,
fissi segnali d’un trito balletto,
che diede respiro alla cura dei giorni,

senza un grido finito, come scorrere
d’acqua, che un arido solco degli anni
consegna. Nulla tradisce il segreto
che solo chi resta i vuoti misura,
le superfici livella, superstite
al viaggio, non rassegnato al verdetto,
e pur sa che non c’è via di fuga,
né in una vita sospesa si spera.