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Sole d’agosto, un tempo leggendario,
e si schiusero valve di conchiglia,
s’aprirono i segreti d’un pomario
sui sassi d’una riva inaccessibile,
e testimone certo avemmo il mare.
Però con noi non volle mai volare

l’ignoto che nel gioco tiene banco,
lo spazio che si chiude inamovibile
all’aria che all’altezza s’assottiglia.
Quel che del volo fu la meraviglia
si libra d’etere standomi di fianco,
nel cielo cui m’inoltro solitario.

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Sedotto dalla scienza nostra artefice,
a volte come marzo parvi alterno,
assorto e sbrigativo forse spesso.
Però – mi dicono – racconto cose
belle, pure le spine delle rose.
La spiegazione, invero, appare semplice,

e questa mia scoperta vi confesso:
io metto in versi il sogno dell’eterno,
io canto tutto questo immeritevole;
il fato mi prescelse qual suo messo,
già ch’ebbi in sorte d’essere suo complice,
della bellezza erede inconsapevole.


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Sia pure nelle immagini, m’incontro
col tuo sguardo, dalla memoria vinto,
nel tempo che scandisce il mio metronomo,
d’un lampo d’esistenza, o mio bagliore.

D’un illusorio tempo esploratore,
di cieli senza oriente inerme astronomo,
di rotte incondivise labirinto,
di storie cui s’infrange ogni riscontro.


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Se cerchi in uno scrigno dei ragguagli,
un cenno d’esistenza di quegli anni,
di cui sia solo indizio la memoria
– per scongiurare ch’essa poi t’inganni –
per garantirle almeno un po’ di gloria,
non aspettarti minimi dettagli,

che al momento non parvero importanti,
che manco son pretesi dalla storia,
pure i pochi appuntati in mezzo ai tanti,
un’incoerente messe di ritagli,
che a logorarsi vanno come i panni,
lava e rilava, dispersi rimasugli.


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La credevamo, ignari, scienza pura,
risolutrice al mondo d’ogni screzio,
virtute e al tempo stesso canoscenza.
Non sapevamo quanto fosse dura
la scienza d’Epicuro e di Lucrezio,
che in atomi disegna la natura
e della massa afferma l’esistenza,
ma nella circostanza di sventura

m’appare l’ingerenza ben felice,
d’un essenziale incontro quintessenza.
Insomma, fu la sorte ammaliatrice,
l’occasione, la chiave di lettura,
il caso che dimostra l’attitudine
per ogni benedetta contingenza,
per ogni singolare congiuntura,
e non pretende gloria e gratitudine.

 


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E se di questa pianta fui l’erede,
se ad anni alterni godo dei suoi frutti,
di quest’ulivo solo sai l’amaro
d’un autunno segnato dal destino,
scritto da te con ricorrenze e lutti,
del tempo che con te si fece avaro.

Di quando in quando un piccolo mi chiede
d’aprire ai suoi trastulli il tuo giardino,
accarezzato sempre dai tuoi flutti,
anch’esso dell’assenza mia mercede,
dove curavi antico il gelsomino.
Della fortuna nostra ancora ignaro.


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Che il tempo non sia fisso è cosa nota,
e non ci affligge troppo l’esistenza
che senza fine giri la sua ruota.
Ma se t’elegge terra una semenza

e del suo fiore s’orna il tuo giardino,
ci lasci dentro un passo d’esistenza,
allor che lo ghermisce il suo destino.
E ad ogni ratio sfugge starne senza.


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La vita non è articolo da poco,
seppure fragile come un fuscello,
ed oscilla quel che deve, sia lunga,
sia breve, non pensata da un alieno
in qualche posto che non sia terreno.
Talvolta la vedi davanti a te,
instradata da un radar subitaneo,
pur se pare disposta in alt(r)o loco,

com’è costretta un’onda alla battigia,
poi data in fretta ad un amaro futuro,
come lo svolazzo d’un pipistrello,
che si schianta su un improvviso muro.
Per quanto tu la ratio ne componga,
la vita è mare senz’alcun perché:
ma del suo sale restano vestigia.


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Non fermarti all’offesa della storia,
se t’affida lo sfacelo d’un cubicolo,
se un rudere t’offusca la memoria.
Or sale l’ombra in luogo della roccia,
né più le selci scheggia l’aspro zoccolo
del sole, eppure giace lì la traccia

di quante stelle accesero la sera
al limitare svelto del crepuscolo,
di quanto ardita fu la primavera
in cima alla salita dell’Arcangelo.
Onora le macerie della gloria,
la vita ne trasuda goccia a goccia!


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Persi nel tempo luoghi senza repliche,
parvenze di memoria, risonanze
in transito, in incursioni cicliche,
in lotta con la vita che pretende
di dissetarsi a nuove circostanze.

Un propagarsi acuto d’onde sismiche,
un intreccio d’ancipiti vicende
– tra nuovi eventi antiche rimembranze,
culle del mito, teatri di leggende,
che attendono pazienti trite metriche.