wordpress visitors

In fin di maggio un colpo di fortuna:
tra pungitopi e ciclamini, lungo
il sentiero al ponte del demonio,
alla cascata, in cima alla collina,
dove ci attese, ristoro non sperato,
un carretto nell’ombra dei castagni,
nel variegato fiato del favonio
un intervallo al gusto di gelato.

Dopo decenni di dimenticanza,
così ci rincuorava Quisisana,
così ci regalava ancora un’utopia,
le mani strette sull’ultima speranza:
la tua speranza fondata sulla mia.
Così ci preparava alla distanza.
La tua fragilità inutile poesia.


wordpress visitors

Se valga più l’aver perduto te
o nella gioventù la corsa breve,
il dipanarsi occulto della vita,
estratti a sorte sogni e disinganni
nella spirale di un gioco dell’oca,
per arrivare a quale, se una meta,
in un beffardo scacco la ventura
d’aver tirato un poco i dadi insieme,

e ad occhi aperti e vigilanti i sensi,
dentro il bisbiglio di mobili e di muri,
sul cigolare lento di cerniere,
su ogni frullo che popola la notte
ed il mio sonno noncurante assalta,
scaduto il tempo, intanto, almanaccare.
O forse l’una all’altra cosa è pari,
viluppo che più il cuore non distingue.


wordpress visitors

Già di Quaresima riapparsi, pure
quest’anno dispiega i suoi germogli.
Certo era questa l’abitudine anche
nel tempo che aveva la tua cura:
le foglie brune, raggrinzite, i rami
fatti stecchi, protesi alla carezza,
il tocco percepito a malapena,

delle tue dita l’amabile premura.
Certo l’aspetta, forse non ricorda,
ed anche me tradisce la memoria,
se mai pretesi un refolo di brezza.
Alla mia mano manca la destrezza,
la maestrìa, però del gelsomino
adesso spetta a me la sfrondatura.


wordpress visitors

Dai nostri monti a quelli dei dintorni,
c’era un frusciar di foglie sulle alture,
tutte le volte nuovo, tutte le volte
lieve, e il fuoco si spengeva nell’ardore
tra le ricciaie d’argilla dei castagni,
tra le more da serbare in marmellate,

smanioso come sempre, ma l’esistenza
breve, con le restanti schegge dell’estate,
bioccoli vaghi da far sedimentare,
una giacenza d’allegrezza in cuore,
finale ribadito, epilogo invariato,
consueto inizio alla conta delle ore.


wordpress visitors

Certo non ha consenso di giuria,
nemmeno dei banchetti del mercato,
né si fregia di preziosa recensione;
esposta nei consessi digitali,
d’accattivanti immagini istoriata,
per libera sua scelta, non disprezzo,

ch’è zero ben sapendo il prezzo,
non si converte in rara mercanzia,
che gira nei salotti degli adepti:
accesso aperto, di libera opzione.
Se arrischia la grandezza d’immortali,
confida nella vostra comprensione.


wordpress visitors

Per favore, non chiamatelo poesia,
se all’ovvio il verso è senza esitazione
ed incede un po’ scontato, se è affatto
sordo all’estro ed agognante il mare,
per il ristoro da non dimenticare,
il cielo, per l’azzurro tanto al chilo,
il tramonto, per il rosso bell’e pronto,
e la sequenza fiore cuore amore,

per il trasalimento midollare.
Se banale rimane la sostanza,
non affiora dalla penna l’emozione,
– per decreto non s’impone il sentimento –
il verso non decolla, resta spento,
se svolazza senz’alcuna riflessione,
e s’inganna chi lo scrive, se con fare
compiacente presuppone ch’è poesia.


wordpress visitors

In questa via, sepolta, c’è la storia,
la meraviglia umana riscoperta,
la gloria, che, taciuta, resta vana.
Perciò che tu m’ascolti la speranza
resta accesa, che la reminiscenza
tua ancora si ravvivi al mio racconto
– questo romanzo nuovo da inventarsi –
e pure tu dei padri recuperi l’incanto
nel ricordo, che ricercammo spesso
vagabondi. Pur se la tua memoria
è ormai lontana, più che dal tempo

erosa, annichilita nell’assenza,
m’appresto nuovamente al resoconto,
e non convinto ancora all’abbandono,
partecipe ti penso del racconto:
troviamo ancora il tempo per parlarci.
Quando al passato apparterrò pur io,
sarà davvero la fine del racconto,
non ci sarà più modo d’incantarti
con favole interrate sotto casa:
che sulla storia affaccia il tuo balcone,
ch’è radicato in essa il tuo limone.


wordpress visitors

Tre luglio, e gli anni miei ventuno,
un sabato d’esami, ma non solo,
quattro ragazze, e schiva tu tra loro,
nel millenovecentosettantuno.
Quattro caffè, la festa improvvisata,
così l’appuntamento cadde a caso,

a tradimento, senza alcun preavviso,
la macchina fatale fu azionata.
Ancora pochi mesi a mia insaputa
e l’orbita del caso fu completa.
Così girò Fortuna la sua ruota
e l’anno dopo si chiuse la voluta.


wordpress visitors

Di via Doglie, antica strada di Ercolano, ho già scritto in precedenza. Da essa prese il nome una stazione secondaria della ex Circumvesuviana, il cui nome è stato da qualche anno cambiato in Miglio d’Oro. Per comprendere l’origine del toponimo, essendo privo di senso, oltre che banale, associarla all’italiano “doglie”, mi sono avvalso di una ricerca bibliografica. La zona è di grande interesse storico e archeologico. Ho trovato indicazioni che il nome possa risalire a quello di un insediamento successivo all’eruzione del ’79 d.C.. Infatti, tra novembre 1975 e gennaio 1976, vi sono state ritrovate delle anfore con scheletri, risalenti al IV-V secolo d.C., anche se, in un suo dattiloscritto, lo studioso ercolanese Virgilio Catalano documenta il rinvenimento, già nel marzo 1955, di parte di un muro in opus reticulatum, di resti umani e di materiale fittile, tra cui delle anfore, datandoli come immediatamente anteriori all’eruzione. Comunque stiano le cose, non è escluso che i reperti fittili ritrovati nella zona siano riconducibili, almeno in parte, a contenitori destinati alla conservazione dei liquidi. Va sottolineato che lo stesso Catalano propende per un’origine bizantina del toponimo Resìna, che è il nome medievale di Ercolano, argomentando che potrebbe derivare dalla consuetudine di aromatizzare il vino locale con la resina dei pini, alla maniera del vino greco Ρετσίνα (Retsìna). Com’è noto, il vino veniva conservato dai Romani in grandi giare (dolia). Di qui nasce l’ipotesi che il toponimo “Doglie” possa avere origine da “dolia”. È certo che in alto a destra in una mappa di epoca ottocentesca si può leggere il toponimo Adoglia, che potrebbe anche riferirsi al nome del fiume scomparso, ivi parimenti indicato. Senza voler forzare la mano, la questione rimane, a mio avviso, irrisolta, ma è lo spunto per il componimento odierno.

Quasi vent’anni, prima del ritorno,
ma nel venire fosti incerta a lungo,
e fu il fugace inverno di tua madre
la tacita ragione per restare
in questo luogo dall’etimo non chiaro.
Poi t’affidasti solo a me quel giorno,
dove non era cercandone l’amore,
in questa strada scavata nel lapillo,

tra i resti degli scheletri e le giare,
e tocca adesso a me la sorte uguale.
Sicché, parrebbe sciolta la questione:
era via Dolia, la strada delle giare,
ora è via Doglie, la via dell’afflizione,
così trasposta nel codice locale
per dare esatto il senso del dolore,
che ai vivi assegna l’umana sparizione.


wordpress visitors

Quattro passi nel viale del tramonto,
breve la rincorsa, spregiudicato
il salto, così l’inizio fu segnato:
Quattro Orologi in capo a una discesa,
e non ne resta alcuno a rammentare
che solo quella volta fu percorsa
l’antica passeggiata verso il mare.

Quattro Orologi ed un momento solo,
un tentativo solo registrato,
otto sfere dal congegno arrugginito,
inadeguate ad appuntare il fatto,
quattro frammenti dispersi nel passato,
come un piattello frantumato in volo.
Forse per questo il nome fu cambiato.