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Poi c’era una signora dal bel nome
alle frugali nostre tavolate,
che avemmo per compagna – ricordate? –
in lunghi viaggi, in trepidi ritorni,
il sole, il mare, i tuffi nello Ionio,
le mattinate in polpa di siconio,
che alla vita batterono i rintocchi.

In solitarie antiche camminate
ne insegue ancora tracce quel suo amore,
nel dissiparsi in versi dei suoi giorni
tra lapidi taglienti di calcare.
Non sono più di rame le sue chiome,
senza più il cielo aggiorna nei suoi occhi,
e labile diventa il dove e il come.


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L’estate vive il tempo dei pancrazi,
dura per qualche giorno, non di più,
quindi neppure il tempo che mi sazi,

pancrazi di casa

come di te non ebbi pure modo.
Sazia d’essi nemmeno fosti tu,
che alle mie estati più non sei l’approdo.


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E dunque, ad Hisarönü, un porto c’era
per viaggi su veicoli spaziali,
dove pareva il tempo smemorato;
in fila, in un cosmodromo assiepate,
di fretta le parole per l’ímbarco
su rotte da goniometri mentali,
immagini dagli anni distillate

Sargin Camping

senza più avere il filo della storia,
nostalgici rappezzi di memoria
riuniti da congegni esistenziali.
E a quanto pare tutto per restare
un poco ancora assieme, nella sera,
ma l’ali non riescono a volare,
non si dischiude in cielo nessun varco.


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Così ricordo i giorni delle estati,
quei lampi d’esistenza trafugati
da abbandonarsi a modo in riva al mare
– riposti e solitari i lidi d’Ellade –
al riparo d’un guscio di roulotte,
con il cri cri dei grilli da ascoltare

Edvard Munch notte d'estate sulla spiaggia

nell’indistinta alcova della notte.
Vennero pure i giorni delle estati,
le stelle per teatro a mezzanotte,
il pretesto per starsene abbracciati,
e quindi tu la compiacente Naiade,
nel buio già appagata che c’inghiotte.


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Rimani persa gemma, bella Napoli,
un postumo cristallo di Partenope,
che d’occhi stupefatti fosti approdo,
che fosti goccia a goccia stalattite,
scena su scena arena di passioni,

Napoli

scheggia a scheggia granito di scienziati,
che qui t’affacci porta sull’Oriente,
memoria su memoria costruita,
sul Gran Bazar delle parole belle,
su un desueto emporio di poeti!


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Poi dalla sete preso d’esplorare
ci fu chi non temette la corrente,
e il corpo all’acque gelide s’arrese,
del fiume risalendo il fosco oriente.
Così rimase solo ad aspettare,
superstite del tempo alle sorprese,

acheronte 1993

chi fu perso nell’acque di Caronte.
Un giorno delle estati d’Ammoudià,
alle sorgenti, un giorno, d’Acheronte,
ci fu chi solo stette a immaginare,
forse temendo gl’Inferi – chissà,
non risalì la gola fino a monte.


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Alquanto incerti, vecchi, malandati,
come quelli dei giorni dell’America
(incastonato l’uno in uno zoccolo
di legno e l’altro funzionante a pendolo,
che l’ore sue scandiva col cucù),
ora del tempo affido la misura
a meccanismi appartenuti a un’epoca,

meccanismi

– magari più s’addicono ai miei anni –
e il ticchettìo ne ascolto perdipiù,
provata e provvisoria l’andatura,
rigurgito di tempi ormai passati,
come un sussurro reduce d’affanni,
un refolo dei sogni di quaggiù.


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Fiori eletti non furono i gerani,
sbilenchi, butterati, ma precisi
nei loro appuntamenti di stagione,
(compagni, forse, solo i gelsomini).
Pur negletti nella silvestre schiera,
– pungitopi, garofani, narcisi,
gigari, agli, pancrazi, ciclamini,

poi l’aloe dei venti cilentani
e l’ulivo d’alterne fioriture –
dal sentirsi ignorati non offesi,
restarono fedeli testimoni
– più d’una vita antica la memoria –
dei giorni che non furono illusioni.


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Senza mare si tradisce l’estate,
languida quindi t’accoglie la spiaggia,
per abbronzarti la sferza del sole,
e dopo il sole ci vuole una pioggia
corroborante di gocce dorate.
Ed ecco, rimango senza parole,
volumi d’ambra, intriganti segreti,

Femme au bain Degas

nei quali l’acqua s’ínsinua impudica,
con mille strie d’audace rugiada
ne solca esperta le rotondità.
Il desiderio così si fa strada,
giù corre sfrontato, fino alla fica,
il frutto pretende d’aprichi vigneti,
fino a che gode di tanta beltà.


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Ove brusca la penombra si dirada,
la luce s’intravede che ci aspetta,
come ci fece segno in anni giovani.
Bisogna non temere la fatica,
non paventare il ripido dirupo,
la vertigine in cima alla salita.
Sicché curiosi ognora lì si torna,

orchidea screziata

sul confine col mondo delle idee,
attratti dal magnetico segreto,
che disegna il contorno della vetta.
Poi l’attimo perfetto basta attendere,
– riposte nella nebbia le orchidee –
da cui nessuno – è certo – può fuggire,
ove del tempo alcuna non c’è fretta.