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Eccoti, finalmente, a me di nuovo
accanto, in un ritorno sospirato.
Non è finito, dunque, il nostro viaggio,
non il mistero antico del tuo sguardo,
del nostro accompagnarsi ancora illuso,
la strada a te davanti, ed io rinchiuso

nell’enigma, se covi infido il male
o invece se sia vinto. Uguale trovo
il tuo sorriso in questo dì beffardo,
la strada a me davanti, un autunnale
appuntamento col viale del paesaggio.
Il tempo del commiato è rimandato.

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Come negli anni precedenti, un mio componimento in lingua inglese è stato pubblicato di recente nell’e-book di quest’anno del movimento artistico-letterario Immagine & Poesia. L’e-book, curato, come tradizione, da Lidia Chiarelli e da Huguette Bertrand, è scaricabile gratuitamente da Immagine & Poesia (e-book 2018). La caratteristica della pubblicazione è che i testi sono accompagnati da immagini, che possono essere o del medesimo autore o di un autore diverso. Come è già accaduto nel 2015, quest’anno ho chiesto la collaborazione dell’artista Stefania Sabatino, che ha realizzato il dipinto Il bacio – omaggio a Rodin in acrilico e foglia d’oro su tela per la versione inglese  de Un bacio. Qui di seguito potrete vedere poesia e dipinto, che sono a pagina 60 dell’e-book.


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E quando infine Apollo aspetta il sonno,
quando di nuovo della luce stanco,
con il fardello accanto del trascorso
giorno, assapora del riposo il primo
istante, è lì che la mia mente affranco,
volteggiano i pensieri nell’inganno
fuori da spazio e tempo, in un percorso

che profuma di regamo e di timo.
La mano disillusa stendo al fianco:
che non ci sei lo so, ma tento il gesto
uguale di riplasmare le tue forme;
così nel sogno mi lascio andare lesto,
ove del passo tuo già sfumano le orme.


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Il 5 maggio di quest’anno ho ricevuto su un gruppo WhatsApp di famiglia un ritaglio di giornale che riporta una poesia in napoletano dal titolo “Incubo”. Da quanto si legge  in coda ai frammenti di un articolo nello stesso ritaglio, la poesia potrebbe essere del novembre 1943. Ma la cosa di maggior rilievo per me è che il suo autore è Melchiorre Ragone, mio padre, morto nel 1970 a 49 anni non ancora compiuti. Melchiorre Ragone ebbe un’infanzia e una giovinezza alquanto travagliate. Il 28 agosto 1923 – aveva compiuto due anni alla fine di luglio – morì a nove mesi l’unico suo fratello, Vincenzo. Il 5 dicembre di quello stesso anno perse, in un tragico incidente domestico, la madre, Maria Gentile. Rimase solo con il padre, Aniello, il quale si risposò. Per dissapori con la matrigna, fu poi affidato alle cure della nonna materna, Raffaela Landolfi, di cui io porto il nome. Credo avesse poco meno di diciotto anni quando perse anche il padre, che si trovava in Africa per una delle campagne di colonializzazione dell’epoca fascista. Nel 1943, dunque, aveva 22 anni. Nel 1949 avrebbe sposato mia madre. Immagino che la poesia, intrisa di solitudine, sia stata scritta per il padre morto da poco, al quale anch’io ho dedicato qualcosa ne “La ruggine degli aghi”. Ve ne propongo la mia traduzione.

Nell’oscuro silenzio della notte
il passo d’un uomo che non si vede mai,
l’affanno d’una voce che non si sente mai,
e una strada lunga, senza fine,
e quanto più cammino più s’allunga,
corro, m’affanno, non riposo mai,
cado e una tenaglia mi stringe la gola,
mi tremano le braccia; di piombo i piedi
sono diventati e solo il mio cuore
in petto batte e non si ferma mai;
mi rintrona nelle orecchie e in fronte
questo rumore senza fine, che mi fa
impazzire, come una mazza, rintrona,
sul ferro: e se, mentre l’ascolto, mi distrae,
mentre d’un colpo dopo l’altro sto in attesa,
sempre, fra l’uno e l’altro mi martella
una voce, che da dove viene non si sente,
un passo che dove porta non si sa.


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a Olimpia

Da te si torna, terra degli Elleni,
antico fine di pellegrine estati,
quando il ritorno stanchi attendevamo
sulla spiaggia di Patrasso, ma chissà
se riconosco volti e strade, se siamo
ancora in esse l’ombra, chi lo sa
s’è ancora uguale la porta dei leoni,
che cosa sull’acropoli è cambiato
e nel teatro dall’acustica perfetta,

e s’è la stessa la danza degli euzoni.
Di fatto è incerto il passaggio d’Istmià,
tinto d’arancio nel coro dei gabbiani,
e mi domando se mai ci siamo stati,
se mai l’abbiamo insieme attraversato,
quando il tempo volava senza fretta.
Si torna alle vicende degli umani,
– ancora è in aria la cronica saetta –
tolti di nuovo agli ansiti terreni!


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Cessarono di colpo i giorni belli,
quando l’autunno quasi perse il senno,
ferito al cuore, canuto nei capelli,
allora che l’indugio fu sospeso.
Fu tempo di raccogliere i brandelli,

appena dell’inverno ci fu cenno,
senza più dubbi, senza indovinelli,
di cominciare un viaggio già intrapreso,
ricongiungendo insieme vecchi anelli.


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Persone, luoghi, scritti accadimenti,
letizie mescolate con i lutti,
eventi programmati o accidentali,
ad un finito insieme appartenenti,
incardinati o senza una sequenza,
riuniti, insomma, tutti gli elementi,

dell’arco d’una vita andata in gloria.
Date, anniversari, appuntamenti,
– un anno ancora, un’altra ricorrenza –
frutti dal tempo generati tutti,
da esso stesso resi inessenziali,
di cui nei numeri è scritta la memoria.


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Distratto chissà quando dal suo gesto,
sta smemorato l’ago del barometro,
rimasto fatalmente senza cura.
Ancora un segno fisso, una cesura,
che senso non ha più la tua premura
per il sereno, meglio se d’agosto,
o se il maltempo troppo a lungo dura.

Se dunque dentro i tuoi cerco i miei occhi,
riflessi in uno specchio li ritrovo.
Così, se dei ricordi al cielo un astro
ancora viene affisso, al tuo consunto
sguardo oso prestarli, ché tu del nuovo
sappia dalle pupille mie riassunto
del tempo nella cronica misura.


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“Ogni volta che uno scienziato pretende che la sua teoria sia sostenuta dall’esperienza e dall’osservazione dovremmo porgli la domanda seguente: puoi descrivere una qualsiasi osservazione possibile che, effettivamente compiuta, confuterebbe la tua teoria? Se non lo puoi, allora è chiaro che la teoria non ha il carattere di una teoria empirica; infatti, se tutte le osservazioni concepibili vanno d’accordo con la tua teoria, allora non hai il diritto di pretendere che una qualsiasi osservazione particolare offra sostegno empirico alla tua teoria. Oppure, per dirla in breve: solo se puoi dirmi in che modo la tua teoria può essere confutata o falsificata, possiamo accettare la pretesa che la tua teoria abbia il carattere di una teoria empirica.”

Questa è la summa del pensiero di Karl Popper, filosofo austriaco del secolo scorso, secondo il quale ogni teoria, per essere considerata “scientifica”, deve rispondere al principio di confutabilità. In altri termini, quando si voglia affermare la scientificità di una teoria, non serve escogitare esperimenti che possano confermarla, in quanto se ne troverebbero a volontà, bensì occorre ideare almeno un esperimento che possa dimostrarne l’erroneità.

Perché vi dico questo? No, non per annoiarvi con un’ulteriore discussione su cosa sia scienza e su cosa non lo sia. Lo faccio, invece, per esporre scherzosamente una delle ragioni che di recente mi hanno indotto a partecipare alla prima edizione del concorso “Poesia a Napoli“, indetto da Guida editori. Chi mi segue sa già che in più di un’occasione ho preso le distanze da premi e concorsi. Però, essendo di formazione scientifica, ritengo che mettersi in discussione sia una buona pratica e, con tutti i miei limiti, sono disposto a rivedere ciò che penso. Non che le mie “confutazioni” vadano sempre a buon fine, ma in questo caso sì: mi è stato assegnato il primo premio per la poesia in lingua italiana ex aequo con Giovanni Perri con la seguente motivazione: “Le poesie di Raffaele Ragone sono tutte contenute, e direi persino esibite (anche visivamente), in una loro rigorosa compostezza formale. Poesia, infatti, di struttura centripeta, senza sbavature né eccessi, fatta di versi che puntano alla misura classica dell’endecasillabo, dentro la quale però brulicano le insorgenze della realtà, tenute sotto controllo da uno stile raffinato, non esente, a volte, da sottile ironia”. I testi dei finalisti sono stati raccolti in una piccola antologia, edita, appunto, da Guida editori, che vi invito ad acquistare, in quanto mi pare un bel panorama sulla poesia contemporanea, anche se di autori non notissimi ad un pubblico più vasto. Cosa concludere? La mia idea non cambia – una rondine non fa primavera – ma, almeno in casi selezionati, vale la pena di tentare anche la strada dei premi. Magari in futuro insisterò nel confutarmi.


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Il mondo attorno non conterebbe un fico,
se non ne fossi saldo il baricentro,
se non avesse me per ombelico.
Quindi sull’io del tutto mi concentro,

il solo dio di cui mi senta amico.
In tale guisa mi ci sistemo dentro,
guardandomi allo specchio me lo dico:
dell’universo mondo sono il centro.