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Stava riversa, sotto la grondaia,
una rondine sfatta sulla strada,
travolta dalla pioggia, intirizzita,
ed ebbe per sua sorte nostra cura,
perché tornasse volo a primavera.
Ma quale sorte avranno le migliaia,

Édouard Manet -Les hirondelles

appese con un’ancora precaria,
che stanno sì sospese nella vita,
come fragili gocce di rugiada?
Quale fortuna avranno, qual premura,
per ritornare ancora ai nidi e all’aria,
perché con esse venga primavera?


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Poi, di ritorno, vidi il porcospino
cercare dagli umani il suo rifugio
tra gli orti risparmiati dal cemento,
attraversarmi impavido il cammino,
quando rintocca al giorno l’ultim’ora.
Accadde dove avemmo la dimora,

dove l’asfalto ha avuto il sopravvento
– accade, nell’incedere del tempo,
accade, alla rovina non c’è scampo –
e trovo adesso altrove il perso incanto
del timido mostrarsi di natura,
del porcospino il brivido e l’indugio.


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Nell’ora malinconica del giorno
ancora accende luce la vetrata,
forse l’illusa flemma del tramonto,
che scava la penombra della stanza,
fremente per l’attesa quotidiana.
D’un altro sole l’ultimo racconto

chagall7

ancora non ha perso la speranza,
sognando la tua essenza evaporata.
Ogni carezza sua così si sgrana
sopra il calco del corpo disadorno,
della tua pelle nuda ormai lontana,
dentro il miraggio avvinta d’Ellesponto.


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Cosa accadeva un tempo ai matrimoni? Pranzi luculliani, torte megagalattiche, importanti doni in denaro, botti? Niente di tutto questo – altre erano le circostanze da consegnare alla memoria. Di due, in particolare, vi racconto dettagli dai quali credo che simili giornate di gioia al tempo d’oggi non siano più contraddistinte.

Il primo matrimonio fu celebrato nel 1938 (conosco solo l’anno, ma accontentatevi di questo), tra i genitori di una mia cara amica, la cui nonna fu la levatrice che, dodici anni dopo, mi aiutò a venire al mondo. L’ho saputo perché qualche tempo fa Lucia mi ha fatto dono di un manoscritto, che, dopo una serie di vicende familiari, è infine finito nelle sue mani. Il documento è autografato da mio padre, all’epoca diciassettenne, che, evidentemente, ne fece un simpatico regalo per onorare il matrimonio di due persone, forse conosciute per retaggio familiare. La madre di Lucia fu poi anch’essa levatrice, e credo che tra le sue mani abbiano visto la luce gli ultimi dei miei fratelli. Insomma, scopro così che mio padre, ancora adolescente, componeva in rima, e questo ci sta, visto che poi si laureò in Lettere classiche, coltivando – da studioso – la metrica dei classici latini e greci. Mi pare superfluo dire che vi riscopro pure l’antefatto di una delle mie vocazioni giovanili. Se questo l’abbia determinata oppure no, non saprei dire, visto che non ho mai avuto modo di parlarne con lui, scomparso quando avevo vent’anni. Ricordo solo che da ragazzo lessi, di nascosto, qualcosa di suo, ma forse solo un racconto il cui protagonista era un uomo soprannominato ‘el Refe’.

Il secondo matrimonio fu celebrato il 16 aprile 1974. Me lo ricorda, qualche giorno fa, l’occasione del quarantasettesimo anniversario dell’unione ufficiale di due vecchi amici, Italo (lo conosciamo così, ma credo di ricordare che il nome anagrafico sia Enrico, perché, all’atto della registrazione della nascita, qualcuno obiettò che un santo che si chiamasse Italo non esisteva) ed Ester (meglio conosciuta come Esterina). Italo e io, fin dalla gioventù, siamo stati protagonisti di avvincenti escursioni. Inoltre, entrambi furono nostri compagni nel corso di indimenticabili vacanze. E come non ricordare, poi, che, sposati poco tempo prima e già con una ‘pupatella’ di meno di due mesi, fummo presenti al loro matrimonio? Ma non basta: in occasione dell’anniversario Italo mi ha fatto avere una copia di un mio ‘papiello’ commemorativo della festa, redatto sul retro del menù, che egli ha gelosamente conservato. Ebbene, sì, anch’io – magari per tener fede a una vecchia usanza – da giovane ero solito mettere giù due parole scherzose ai matrimoni ai quali ero invitato! Ma, ancor fresco degli studi liceali, lo facevo in ‘latinorum’. Non ve ne propongo la traduzione, ma, in breve, lo scritto attesta che Lettere, secondo la consuetudine del tempo, fu la meta mangereccia di quella giornata. Inoltre, en passant, vi si legge di Kissinger e Nixon, che imperversavano sulla scena politica di quegli anni, della crisi energetica, innescata dalla guerra del Kippur tra Egitto e Siria da una parte e Israele dall’altra, e delle vicende interne del nostro paese. La conclusione, infine, è inevitabilmente allusiva, lungo l’allegra tradizione dei Fescennini di imperiale memoria.


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Vien l’ora che le foglie al sole tornino
a rinverdire vesti a rami e nidi,
a smuovere la melma dei ricordi.
Poi voci amiche ce l’annunciano:
relitti delle antiche meraviglie,
scoperte che appartengono agli esordi,

in angoli di bosco già ci attendono,
pur tra d’umane infamie i mutamenti.
Or siamo di sorprenderle impazienti,
della natura intatta sperse figlie,
tra carsici segreti e stillicidi,
sorprese che ci toccano i precordi.


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E ci smarrimmo, quindi, in un giardino,
con il bocciolo aperto di una rosa
in un sorpreso tempo maggiolino,
una messe di gemme rigogliosa,
lambite spesso appena con un dito,

Jardin des Plantes 2017

conchiusa da un garofano scarnito,
un indifeso stelo d’appennino.
Fummo così parentesi tra fiori,
però non sperperata in una prosa,
meglio contata in versi incantatori.


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E credevamo fosse senza fine
codesto prosperare d’illusioni,
dove in eterno gemme rifioriscono,
e presto si congedano in memorie!
Qui vivono le gioie provvisorie
e irrimediabilmente s’appassiscono:
in questa amara terra di confine

è pregna l’aria dell’acre dei limoni.
Ma intanto il loro succo stemperiamo
in vasi di conserve zuccherine,
e in un’estate ancora confidiamo,
se ne curiamo l’aspro col soave,
ché amabile il tragitto ci mantengano,
ché rendano il soggiorno meno grave.


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Ma quanti ce ne demmo di passione,
e quanti nella fretta d’un saluto,
per suggellare quanti un’occasione,
e quanti in sogno, perfino da lontano!
E se ne stanno i baci come fiori,
disseminati lungo la scogliera,

com’essenziali steli verso il porto,
tutti in fila, tenendosi per mano,
scandendo l’infinito dei binari,
segnali d’un cammino sconosciuto,
avviso d’ogni nuova primavera,
del sole amando l’ultimo conforto.


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C’è poi questa pallina da racchetta,
che il vento guidò qui da chissà dove,
a ricordarmi l’ora dello sport
– pallacanestro, calcio e qualche scatto,
poi salto in lungo e pure salto in alto,
e canottaggio ancora, e pallavolo –
ma tutti praticati come un gioco,
ché lo studio ben presto predilessi.
La vita, insomma, ad altro fu rivolta,
conobbi d’altri svaghi l’avventura:
i rospi che si tuffano nei fossi,
i falchi che s’incontrano tra i picchi,
i colori che danno corpo ai fiori,

il mare in ogni timido rialto,
il corpo che si spende in nuovi amplessi
lungo le antiche vene dei sentieri,
dov’offrono le foglie sparse alcove;
non ultima l’umana conoscenza,
sempre attenta alle leggi di natura,
dove neutrale scorre l’esistenza.
Abbandonati tutti in una volta
(per quanto in qualcheduno fui promessa)
per dare il giusto spazio a ciò che fu,
come questa pallina da racchetta,
che del suo tempo prese tutti i colpi,
e il vento che la porti adesso aspetta.


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Ripenso il tuo sorriso, e sei per me
la luce che rischiara queste prode,
il futuro trascorso inosservato
nelle stille d’un brusco divenire.
Di scriverti è il momento la mia ode,
dovere per troppi anni tralasciato,
intagliato in via Mezzocannone
– l’andirivieni mano nella mano

di fiduciose coppie di studenti –
d’amori silenzioso testimone,
dei nostri studi amabile custode,
del tardo e frettoloso nostro uscire.
Ti tocca adesso un lungo battimano,
purtroppo assente a questi aggiornamenti
– un ricordo consacrato solo a te –
che non avresti – credo – mai sperato.