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Or che non basta più manco la luna
a immaginare immensa la distanza,
conosco in te la favola e l’incanto,
la fierezza, la sua docilità,
l’esigenza di cura e d’attenzione,
l’istinto limpido di libertà.

Conosco in te la sua fragilità,
il suo abbandono senza spoglie.
Pur s’è spenta la voce del racconto,
e più s’affioca l’eco in lontananza,
conosco in te sognate meraviglie,
visioni sopra il mare dell’infanzia.


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Lontana, intanto, è riapparsa un’amica
di quando credemmo al tempo venturo,
la maglia assente, l’anello perduto,
la tela che ai vivi il νόστος intesse
– passato remoto, negato futuro –
di antica fortuna un altro ritaglio.

Numeri e nomi del tempo vissuto
– della tua vita un gelido estratto –
stanno tuttora trascritti in rubrica;
di loro – chissà – almen uno potesse
chiamare un giorno, magari per sbaglio,
pur se finora non uno lo ha fatto!


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Lì, storditi nell’odore di cuoio
– una fragranza portata dall’America –
gli abbracci mai schiusi, i baci sospesi,
le parole non dette, le carezze
costrette, invecchiate, in una boccetta
ormai vuota, altra memoria dell’epoca,

con un gatto sagomato nella latta,
un rozzo carillon di San Francisco,
ed altre mille futili sciocchezze,
tra cui messaggi incisi sopra un disco,
che ancora scavo in fondo al serbatoio.
(Par facile al destino dirsi arresi).


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I nostri sensi s’intesero al volo,
i corpi eran fatti l’uno per l’altro.
Il tuo, magari, in maniera diversa,
a volte pudico, ma generoso,
a volte esplicito, pronto all’offerta,
delle sue natiche andava fiero
ed era curioso della scoperta.

Il mio impudico, ma premuroso,
andavi orgogliosa che fosse assiduo,
dovunque fosse, voglioso del tuo,
e non si mostrasse incline alla resa.
I nostri corpi si presero al volo,
riconoscenti per essersi amati,
ma di stancarsi non ebbero modo.


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Figure senz’alcuna connessione
rinchiuse in una gabbia cerebrale.
Unità di precaria informazione
in fuga dall’orizzonte degli eventi.
Come la nube d’un gas ideale
– urti di particelle indipendenti

che intrecciano una rete casuale –
un tumulto di squarci di memoria,
fluttuanti in un mare temporale,
dettagli risonanti d’una storia
tradotti in immutabile ossessione.


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La vita non ha pace – un tourbillon
perpetuo tra indefiniti estremi.
(Da nascere a morire suole andare,
ma tenta di goderti quel che c’è).
Magari poi ne indaghi la ragione
ma non risponde d’ovvio ad alcunché,
niente che sia d’umana comprensione,

distaccata, centrata su di sé,
si guarda in uno specchio e se ne frega,
e, dunque, non dà pace, almeno
a chi per vezzo la vive tra i perché.
Un avido narciso, un parassita,
però non far domande, lascia fare,
in cambio, dopotutto, dà la vita.


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Se mai renda uno strascico pietoso
meno amaro il finale di partita,
se sia certo che non ammette replica
ogni gesto che parve consuetudine,
ogni azione privata del futuro,
cui la risposta resta solo il niente,
ingoiata in un punto singolare,
una cesura spazio-temporale,
che non ammette la radice algebrica,
un dì perduta nel campo del reale.
E a volte, dunque, s’apre all’improvviso

– vertigine d’inverno, attrice assente –
del tempo l’immancabile ferita,
alle piante ravviva la memoria,
ai fiori abbandonati di repente.
O forse basta il vortice dell’aria,
il turbine del vento, impetuoso,
sceglie un gesto, un affresco imperituro,
impresso a vivo fuoco nella mente,
l’immagine costringe ad affiorare.
Il vento, a volte, s’ingegna generoso,
e più ribatte il chiodo sull’incudine.


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Poi, d’improvviso, scese una foschia,
infida una caligine veloce,
e perso nella tenebra del mondo
– un fluttuare incerto il litorale –
ombre scorgevo prossime alla riva

– del fremito dei vivi il terminale –
come dell’onde temendo la deriva,
grida accorate a far da sottofondo.
Su d’esse, premurosa, la tua voce,
che persa più non m’indica la via.


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Magari in questi lidi millenari
ha una vicenda, ognuno, personale
un angolo, magari – chissà quale –
teatro del futuro da venire,
cui s’ebbe puntuale la risposta,
ma ignota alle ribalte popolari.
E dunque, c’è chi scruta il litorale,
dove s’incurva l’arco della costa
nell’alternarsi liquido dei fari,

chi punta tra le luci un cannocchiale
lungh’essa la memoria dei binari,
cercando nelle tenebre una sosta
– il teatro di tempi leggendari –
forse un dettaglio oscuro da chiarire,
un arcano cui manca la risposta,
il cui richiamo echeggia ormai fatale.
Sovente lo si scorge all’imbrunire,
s’orienta con il palpito dei fari.


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Il treno che arriva al quarto binario,
la calca che scende all’ora prevista,
il mondo, d’intorno, insignificante,
e tutto pare che avvenga per caso:
alle spalle ti prende, alla sprovvista,
il cuore in tumulto, l’aria smarrita.
Però fu fissato per tempo l’orario,
il luogo – pare – ancor prima deciso.
Insomma, ci fu un’accorta regia,

infanzia, chimica, od altro accidente,
in questo modo dà il ciak la vita,
– chi dice destino, chi dice caso.
Siamo alle solite, visione duplice,
sempre dettata da legge non scritta.
Davvero importa chi fosse l’artefice,
se infine tracima nella poesia
l’amata anticaglia dalla soffitta?