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State contenti, umana gente, al quia,
ché, se potuto aveste capir tutto,
non servirebbe il verso ammaliatore,
che dell’amore è chiosa ed elegia,

la rima sorprendente con il fiore,
che dell’amore è trita liturgia.
Non ci sarebbe scienza né poesia
a dirvi qual essenza v’è nel frutto.

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Non è l’inclinazione che qui vale,
però la scelta tra dire e non fiatare,
l’ignavia muta o l’essere leale.

Con la parola occorre navigare,
– soltanto questo onestamente cale –
quand’è tempesta, l’incognita del mare.


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Nel mirto, nei rovi, tra oleandri e ulivi,
sulla costa del gramo Palinuro,
avara col nocchiero di fortuna,
senza più la cadenza temporale
la tua storia si consegna al mito,
alla leggenda nostra personale,

or che il ricordo versa indefinito.
Qui stillano del tempo i grani schivi,
ma irrevocabilmente nel futuro,
di cui nemmeno immaginai l’idea.
Ora l’estate spetta a un’altra dea,
come quest’ultima eclissi di luna.


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L’episodio di qualche giorno fa, che ha visto Alberto Di Capua invitarmi a scrivere dei versi sul fenomeno che ha luogo tra Scilla e Cariddi, ha avuto uno strascico. Bruno Di Pietro, in uno dei suoi immancabili commenti, mi scrive: “La prossima volta fatti pagare / (il poeta deve pur campare)”.  Come non ricordare la famosa locuzione latina “Carmina non dant panem” (Le poesie non danno pane), che in internet trovo attribuita a Orazio? Da qui prende il via, scherzosamente, la mia proposta odierna, adattata al mio caso personale.

Ammesso per vero che fosse poeta,
qual guiderdone per tale follia
non ci fu prezzo, nessuna moneta,
ma abbisognò d’una certa autarchia:
non gli si addisse una vita d’asceta.
Sicché strumento per tal fantasia
prescelse la strada più ovvia e concreta,
ovvero la scienza, non la poesia.


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Qualche giorno fa, sulla bacheca di Facebook, il mio amico Alberto Di Capua mi scrive questo messaggio:

LE POESIE NON LE SO SCRIVERE…(tra Scilla e Cariddi) per cui domando aiuto all’amico e poeta Raffaele Ragone chiedendogli se mi fa una lirica su un fenomeno cosi bello che solo a raccontarlo non farebbe lo stesso effetto.Ti dò gli elementi ed una foto. Mi trovo a Punta Peloro, sullo stretto di Messina. In quel tratto di mare ci sono pericolosi vortici causati dall’incontro delle correnti marine Ionio e Tirreno. Se sei in acqua, anche a riva, impossibile stare fermi, dopo un minuto ti trovi in un posto diverso. E’ un incontro/scontro tra titani. Ionio gelido e profondissimo che va incontro al temperato e più accogliente Tirreno. Noti delle increspature non derivanti dal vento ma dalla forza di Ionio che penetra nel ventre di Tirreno. Tirreno sembra sollevarsi increspando, come per fare resistenza; alla fine cede e lo fa entrare, mescolandosi.

Al mio posto che cosa avreste fatto? Domanda retorica. Lo sapete che amo sperimentare. Magari è un modo per farsi dedicare qualcosa… Ah, a Scilla ci sono stato qualche anno fa in compagnia di mio figlio e della sua famiglia, per visitare il borgo di Chianalea. Ho fatto lì la foto.

ad Alberto Di Capua

Un incessante ribollir di gorghi
Talassa increspa, la rende irrequieta.
Non c’è riva ove la quiete alberghi.
Tra Ionio e Tirreno ci vuole un poeta,
uno che canti l’antica contesa,
il vorticar dei flutti, il penetrarsi
d’acque, tra Scilla e Cariddi l’offesa.
Per celebrare ci vuole un poeta,
ma  pure occorre che azzardi l’impresa
il cuore ardito, la leva segreta,
l’ipnosi dell’estremo avventurarsi.


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Mettetelo pure in versi o in prosa,
non c’è, nella sua essenza, una rosa,
nemmeno lontana più della luna:

nel luogo del nulla non v’è cosa alcuna,
niente che valga pur piccola cosa,
il filo nemmeno, pur senza la cruna.


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Imbiancano l’estate le dimore
nei loro viaggi attesi itineranti.
La strada corre, la rincorre il cuore
al dilungarsi noto del paesaggio
nella folla di sogni e villeggianti,
tra mare e cedri valica il passaggio

verso gli ambiti lidi degli Ausoni,
ai giorni che ne vissero il colore,
agli anni che ne furono l’ostaggio.
Ora che indugia a nuove suggestioni,
qui tergiversa il tempo guaritore,
qui si risolve la filza dei rimpianti.


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Ogni frusciar di fronde trova pace
nel bosco che finisce il suo racconto,
un altro indecifrabile tassello,
un’altra resa senza condizioni.
Ma un chiaro segno c’è, provvidenziale,
per chi lo sappia intendere prudente,

che già la notte incombe sull’audace.
Eccolo, quindi, il soffio del tramonto,
il giorno ormai consegna il suo fardello,
un’ultima carezza alle passioni,
che in questi luoghi si ripete uguale,
quando si bagna il sole in occidente.


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Ciò che pubblico oggi è, in realtà, una riflessione in versi scaturita da uno scambio con Bruno Di Pietro. In un suo commento a Non più posso guardarti nel segreto, un componimento del 2013 da me riproposto di recente su Facebook, Bruno dice: «È molto bella. Forse più nell’affrontare il tema dell'”amore altrove” nel modo classico dei Trovatori che nella costruzione formale. Ma è senz’altro molto bella nella scelta del crescendo delle immagini.», richiamando così la tradizione trobadorica, che ebbe origine in Occitania nell’XI secolo. Il tema privilegiato dei canzonieri trobadorici, originariamente stilati in lingua d’oc, fu l’amor cortese, che cantava l’amore impossibile per donne, per così dire, fuori dalla portata del trovatore. Anche se Non piu posso guardarti nel segreto non riguarda esattamente un amore impossibile, tuttavia – come negarlo, e grazie a Bruno per averlo sottolineato – il tema richiama l’amore vissuto da lontano.

a Bruno Di Pietro

Capisco l’occitano trovatore,
poeta dell’amore non tangibile,
che il sentimento visse da lontano,
platonico, agli occhi non visibile,
ma qui l’amore è carne, resta umano,
tradotto nel segreto del tangibile,
che tiene vivo un fremito nel cuore,
di sé lo nutre, sia pure da lontano,
sia pure quando pare irraggiungibile.
Di questo, infatti, volli essere cantore.

 


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Si sa, non basta intensamente ambirla,
non è come in montagna arrampicarsi,
avere testa e membra e nelle mani
presa forte, che serva ad agguantarla.
Occorre pure un po’ d’appariscenza,
e giusti tempo e luogo, ad afferrarla.
Vidi, così, la vetta, e la raggiunsi,

a volte, quasi, per accidenti umani,
da fortunato alfiere della scienza,
non illustre, non visibile, ma quasi.
Vivendo, eppure la gustammo, in fondo,
– a volte tocca questa contingenza –
giovani non fummo, né vecchi, al mondo.
Cosi la vita accadde tra due quasi.