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Poi m’affaccio da questa ripa infida,
quasi or ora l’avessimo raggiunta,
lontana e indifferente, questa luce,
a cui salimmo un giorno senza tempo,
al limite del bosco immota sfida.
Forse m’abbaglia il sole tra le fronde,
quand’odo antica una marina voce,

Vespero

in una nenia eccelsa di sirene,
riemersa dall’amaro contrattempo,
dove in ombra l’essenza si trasfonde.
Magnetico volgendomi un richiamo,
in rinnovato incontro mi trattiene,
finché le strade ancora separiamo.
Già del vespero l’ora è sopraggiunta.


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Perso non s’è l’affresco d’Afrodite,
di generose natiche radiosa,
figlie dell’autunno delle foglie,
quando dai rami stanno a spenzolare,
fiere al suo sguardo di mostrarsi nude,
senza veli nell’ore del mattino.
È la stagione, questa, che più crude

Femme à sa toilette

s’infiggono le spine della rosa
nelle sue carni fatte secche spoglie,
a lui di primavera messaggero,
quand’ebbe la ventura d’affondare
in un segreto mare d’azzurrite,
adesso senza oriente pellegrino,
in un dolente oceano nocchiero.


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Di questa cornucopia inutilmente
affondo nella vuota immensità,
quasi potessi intendere l’origine
dell’eco, come d’immaginaria stella
la luce che racconta tardamente.
Così, dunque, scompari, e non da sola,

i calanchi

porti con te il tesoro tutto intero,
la dote del passato e del futuro,
dissolta come niente l’unità,
come di noi dispose la parola.
Ormai viepiù perduta scaturigine,
immemore del volo rondinella.


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Lascia che ancora girino i motori
di questi vecchi meccanismi, lasciali
solerti come allora camminare,
quale reperto dissepolto d’epoca,
nel racconto di leggendari dedali

tra i frastagli dell’avventura ionica,
nei segreti d’oriente e dell’America,
pur sempre preparati ad imitare
il battito all’unisono dei cuori,
immemori, ma attenti a ricordare.


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Vedi, i piaceri dei miei giorni sono
come dimezzati, il tempo trascorre
più convinto e si mostra veritiera
la finta dimensione dell’eterno.
Ogni cosa è un invito all’abbandono,

Temi ed Egeo

laddove il passo incede più sicuro,
verso gli oscuri anfratti dell’Averno.
Adesso che non s’apre sul futuro
anche la notte appare più sincera,
quasi non c’è più senso nel posporre.


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Tra quattro sassi un alito leggero
irrompe nel silenzio della storia,
ed è la cantilena del Cilento,
scansato dai tamburi del progresso
nell’ora che aggiungeva gloria a gloria,
che ci pareva incedere a rilento
nel fuoco fitto della civiltà.

Or finalmente giungo ad un maniero
del tempo che rimase ripromesso,
però sul giorno cala l’abbandono.
È l’ora che l’azzurro già s’imbruna,
Padula, Montesano, Casalbuono,
di cui tardiva godo la fortuna,
appartenuti all’ora dei chissà.


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Or resta un’altra cara cianfrusaglia,
a noi che di reperti andiam mendichi,
un umile ciarpame in similoro,
riposto tra i ricordi di famiglia,
che da qualcuno al polso fu portato,
e non rinuncia ancora – meraviglia! –
a misurare il tempo con decoro.
M’era rimasto un dì da raccontare

l'orologio di Monemvassià

al nostro fornitore di tzatziki
– delizia che tuttora prediligi –
questo relitto di Monemvassià,
però – mi dici – anch’egli se n’è andato,
qual prova dell’umano trapassare,
il taverniere greco di Parigi,
che lascia d’esistenza una moniglia
con altre differite eredità.


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Poco più di dieci anni fa, con un pizzico di ironia nei confronti di sedicenti poeti e scrittori che affollano la rete, proposi una rivisitazione in chiave personale delle prime due strofe de I limoni, di Eugenio Montale, che potrete rileggere sul blog a questo link: https://raffrag.wordpress.com/2011/08/05/i-lamponi/. Della poesia di Montale ho anche pubblicato su You Tube una mia lettura. Avevo in mente da un po’ di tempo di proporvi la stesura della rimanente parte, ed ora è giunto il momento, puntando, al solito, sulle vicende personali.

Vedi, in queste mancanze in cui le cose
si frantumano e giacciono convinte
di tacere il loro ultimo mistero,
sovente ci si aspetta di scoprire
per quale ingiusto sbaglio di natura
la vita metta sempre a un punto fisso,
a una maglia che cede, ad un estremo
palpito di un’oscura verità.
La mente fruga, indaga ogni contorno
del traguardo che resta fuori fuoco,
sicché si piega all’insoluto nulla,
a ciò che vien fissato in altro loco.
Rimane il cielo in cui chi voglia crede
che la terrena essenza trasumana
e l’Eden trova che nessuno vede,

l'erta

l’umana attesa d’immortalità.
L’illusione non dura, e ci rimanda
a un mondo di realtà ingenerose,
dove non c’è più nemmeno l’azzurro,
a sprazzi, tra gli incastri delle case.
Il pianto stanca la terra, di poi;
in esso si consuma ogni sussurro,
ogni avviata trama d’orditoi.
Quando un giorno da un nebbioso ciglione,
oltre l’ombra d’una faggeta,
ci si svelano i rossi dei lamponi;
e si leva nell’aria un urrà,
e in petto ci volano
barbagli d’aquiloni,
nuovi tripudi di gioiosità.


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Oltre i binari, lungo la statale,
dove stanno le marne dei calanchi,
c’è una ragazza che fa la modella.
Al canto insolente delle cicale,
che ad ogni fruscio s’acquietano a tratti,
solleva le vesti, ondeggia sui fianchi,
mentre il fotografo si muove a scatti,

i calanchi

come abbagliato dal gioco dei bianchi,
lo sguardo inchiodato sulla monella,
mentr’io catturo il complice intrigo,
la distrazione dei giorni miei stanchi.
Taciuto tra i pini del litorale,
trama l’agguato l’usato castigo:
son catturato da te che mi manchi!


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La resina, le spiagge, le cicale,
poi l’indugio rasente le rotaie
e i fichi zuccherosi a Condofuri.
Se agosto l’Aspromonte poi traguarda,
lo scoramento opprime la statale,
una vampa vorticosa che non cessa,
che infuoca alle fiumare le pietraie
in un ferale rombo di tamburi.

Di tutto questo niente ti riguarda,
come non fu nell’ora a noi concessa,
quando sapemmo persi i lidi d’Ellade.
Così la mia vacanza qui s’attarda,
dell’esistenza un lasso tra macerie,
due spiccioli di vita ancora nomade,
e scampoli di luoghi e di memorie
ripasso in lungo e in largo che fan ressa.