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Qui cova nella cenere la brace,
che di fuoco la storia un tempo fece,
del sangue fuoriuscito dall’imene,
che ogni volta alla terra si sutura,
ma restano i tormenti ben incisi.
Scolpito nella lava dunque giace

l’arcano che da sempre mi appartiene,
consegnato alle leggi di natura,
tracciato tra le viole e gli elicrisi,
dove i miei passi incedono decisi,
e il sortilegio ancora mi cattura
di leggendari canti di sirene.


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Ieri pomeriggio, mentre davo gli ultimi ritocchi all’intervento che avrei fatto nel corso di un incontro su scienza e poesia, al quale sono stato invitato da Pino Vetromile su Facebook (qui il video), ho tentato di mettere giù qualche verso per la recente scomparsa di un mio amico, al quale mi legava un grande affetto, nonostante ci conoscessimo da pochi anni. Pino De Vivo era un baluardo contro il degrado del monte Faito, dove viveva negli intervalli concessigli dal suo lavoro, a Londra, ed era la spina nel fianco dei suoi devastatori. Avevamo progettato di fare tante escursioni insieme, ma c’era stata una sola occasione, estemporanea, il 10 ottobre 2019, prima di perderci di vista nel periodo della pandemia. Mi tenevo in contatto con lui via Messenger e WhatsApp, e nel corso dell’ultimo scambio di messaggi, in sonoro, lo sentii molto giù per il male che lo aveva colto e che l’avrebbe condotto a un inesorabile epilogo.

E ti credevo intanto in Inghilterra,
– l’andirivieni tra città e montagna,
del tuo tran tran fedele contapassi.
Restavo nell’attesa che tornassi,
fremente per gli stupri alla natura,
non pensavo alla falce che ci afferra,

che all’esistenza assilla le calcagna
e definisce il tempo quanto dura.
Ma la parola afflitta già tradiva
il dispiacere per le perse passeggiate
dell’alleanza nostra un po’ tardiva,
finita in quattro chiacchiere spezzate.


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E se ne stanno intanto i ciclamini
addossati al margine dei vasi,
di fenditure memori e interstizi,
come nella penombra dei castagni

sperando negli abbracci maggiolini.
D’uguale sorte in vita siam compagni,
cercare schermo in passeggeri ospizi,
alla rabbia del vento incerta stasi.


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Ciò che pubblico oggi trae ispirazione da un pensiero di Domenico Casa, presente tra i miei contatti di Facebook. Egli scrive: “Ma quanti arcobaleni dovremo vedere ancora per la conciliazione del cielo, della terra e del mare? Una volta ne bastava uno, e l’umanità, da Noè in poi, si tranquillizzava. Adesso compaiono di continuo in ogni parte dell’orbe terrestre, ma si vede che, semplicemente fenomeni atmosferici, non hanno alcuna funzione profetica e rasserenatrice”. Grazie, Domenico!

Com’è successo che ora stanno in cento,
tutti intenti la terra a rinfrancare,
a renderla di nuovo un luogo ameno?
Quanti altri ne dovranno indovinare
– pur vani per scacciare lo scontento –
per godere di terra, cielo e mare,
per trascinare tutti in girotondo?
Un tempo ne bastava uno soltanto,
ma stanno in tanti l’orbe a inghirlandare,
provano in troppi a rendergli il sereno!
Più non esiste un solo arcobaleno
per aver pace gli uomini nel mondo?


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Ancora quattro sassi e poi ci siamo
al frutto delle viscere dei monti,
che tenne duro al tempo ed agli umani,
che sgorga dai cunicoli fedele,
di cui solo mantiene conoscenza.
Ancora pochi passi e raggiungiamo
la meta che la macchia ci nasconde,

noncurante dei pandemoni urbani,
custodita da vaporose tele,
di linfa ricca e verdeggianti gronde,
l’argento, di cui sognano i racconti,
a cui la nostra sete stemperiamo,
vessato dall’umana improvvidenza,
tradito dal sussurro delle fonti.


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Qui venni con mio padre ragazzino,
saliti per la strada a meridione,
tra i grandi di famiglia commensale
fianco a fianco su sedie di falasco,
a un rusticano pranzo maggiolino.
Anni dopo provammo per il bosco,
nell’ombra dei castagni a settentrione,
e poi scendemmo al borgo di Moiano
per risalire a destra d’un ruscello.
Di là dagli arsi tronchi di cipressi,

addosso alla caserma forestale,
di calcare s’inerpica un budello,
che sale a una montagna che conosco,
lenisce il suo tormento nel crinale.
Eccoci, dunque, al poggio medievale,
che della storia i segni porta impressi,
– pur d’un’estiva nenia di cicale –
ma solo il nome tiene del castello
e a chi sogna promette Positano
ed un frastaglio impervio rivierasco.


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L’ultimo incontro con Lelio Mazzarella, collaboratore di Alfonso Maria Liquori e del Nobel Max Perutz negli anni sessanta, avvenne nel 2009, a Spaccanapoli. Ci intrattenemmo in un rapido saluto. Tra i miei professori di Università, era stato l’unico che avevo avuto modo di salutare in occasione della celebrazione pubblica dei suoi settant’anni, tenutasi nel complesso della Facoltà di Scienze dell’Università “Federico II” a Monte Sant’Angelo nell’ottobre 2008. Ero già in pensione dalla fine del 2007, e mi rividi anche con altri miei colleghi di corso – Salvatore Andini, Guido Di Lorenzo e Roberto Napolitano. Nella stessa occasione, considerando conclusa la mia vicenda accademica, avevo comunicato al professore Franco Salvatore, anch’egli lì presente, l’intenzione di annullare l’incontro con il Preside della Facoltà di Medicina dell’Università del Molise, al quale, sapendo che ero in possesso dell’idoneità a Professore associato, mi aveva invitato il giorno prima in vista di una mia possibile chiamata presso quella sede. Di Mazzarella seguii due corsi distinti, entrambi culminati in episodi particolarissimi. Al termine del mio esame di Esercitazioni di Chimica Fisica I, forse tradito dalla cadenza cilentana, gli si annegò in gola un indecifrabile “ventisè”, che cominciò a segnare sul libretto. Avevo svolto una buona prova pratica ed ero andato benino all’orale. Mi sarei aspettato, perciò, almeno 27, e gli chiesi di ripetermi il voto. Inutile dire che ribadì un “ventisè” indistinguibile dal primo, e non mi rimase che accettare. Poi trovai sul libretto un “27” corretto in “26”. Ho sempre pensato che avesse voluto penalizzarmi perché mi ero iscritto in ritardo al corso di laboratorio e/o perché, nel corso di una lezione pomeridiana, mi ero fatto sorprendere con gli occhi che mi cascavano dal sonno (studiavo di notte, a quei tempi). Ma qualche anno dopo riequilibrò il suo giudizio. Al momento del voto all’esame di Chimica Fisica II, confessò il suo imbarazzo. Il fatto è che il collega con il quale avevo concordato di affrontare la prova (a quei tempi erano consentiti, a coloro che avessero studiato insieme, i cosiddetti “esami di gruppo”) era più d’una volta rimasto “impallato”, a differenza di me, che ero stato sempre pronto ed esauriente in tutte le risposte. Sicché, secondo gli accordi, il professore si vide costretto ad attribuire ad entrambi lo stesso voto, bilanciando il mio con quello del mio compagno, e la media risultò essere (30+24)/2 = 27. Poi, nell’ascoltarne il rammarico per la penalizzazione che avrei subito, confermò il “27” al mio compagno, e corresse il mio in “28”, così riattribuendomi, pur non serbandone memoria, il punto che mi aveva tolto all’esame precedente. Di queste due correzioni resta traccia nel mio libretto universitario. Come ulteriore curiosità, aggiungo che, in ambito scientifico, il valore medio di una serie di misure sperimentali, integrato da un’incertezza opportunamente calcolata, è considerato la stima più attendibile del valore vero, che non è conoscibile. A conti fatti, la mia padronanza della materia era stata accuratamente valutata in “27 ± 1”. Quando si dice la scienza!


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Un tempo accadde, un po’ di tempo prima,
dal mare dove affonda Santacroce
e la macchia s’appende in una scrima,
qui giunsi risalendo la collina,
al Capo detto d’Acqua, per Sperlonga,
precluso a chi non osi la fatica
e l’aria ne vagheggi frizzantina.

E come la distanza più s’allunga,
per altra strada torno, più veloce,
che tra gli ulivi inizia e qualche noce,
profumata di mirto e santolina,
al corpo mio non agile più amica.
Qui rara s’ode una raminga voce,
un pensieroso passo che vi giunga.


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Ad occidente salgono i castagni,
e vanno diradandosi su in cima,
dove arrampica l’erta di calcare,
affacciandosi a tratti sopra il mare.
Poi pini dignitosi tra le antenne,
non arresi al dominio del progresso,
ed io neanche arreso, non ventenne,

che incerto sulle gambe inseguo segni,
rumori mattutini, amiche voci,
brusio di piogge ed albe freddolose,
e nelle pozze scruto ogni riflesso.
Da questo santuario scorre a valle
la turbolenza d’acque fragorose,
e avverto il tuo silenzio alle mie spalle.


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Magari sognando voli reali,
in ogni sogno mi dici che voli
quella di Pegaso favola d’ali.
Però sull’ali su cui puoi sognare

c’è forse qualcuno che al volo ti guida,
che anche nel sogno con te vuol volare,
perfino sogna che il sogno gli arrida
che possa i suoi sogni ai tuoi mescolare.