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Ne è passato di tempo, ne è passato,
come il getto di fontane solo un verso,
e con la vita il debito fu assolto,
un fatto lungamente investigato.
Ma non fu dato ad ogni attesa corso,
in modo che ci apparve accidentale,
e quello che non conta fu scartato,

escherbn

non baciato dal futuro, non occorso.
Sicché qualcosa resta d’irrisolto,
un dato che rimane non banale,
dalle beghe quotidiane non emerso,
nelle pieghe della vita seminato,
chissà come giudicato inessenziale.


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Tabula rasa, il gelo senza un’orma
giace all’inverno torpido dei crochi,
all'ingiuria dei passi stesi inermi,
in un cristallo limpido appuntati.
Tenera coltre, languido trastullo,
ancora dolce m’abbaglia il tuo candore,
che sottoterra abbevera le tane,

14-gennaio-1979

dell’acqua l’ineffabile sapore,
disciolto nella vita stilla a stilla!
Poi nulla o poco, al dunque, mi rimane,
di giovinezza infuso, antico ardore,
o neve di piantaggini montane,
lieve alla terra, grave per il cuore,
cui già si placa la sete dell’argilla.

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Fosti spigliata e disinvolta a Pilo.
Velata in giacca a vento a malapena,
(colore verde, come la speranza,
che l'indossassi ancora s'era illusa),
le tue grazie le ostentasti generosa,
la meraviglia nuda messa in scena.
Altro che senza braccia e drappeggiata 
la distaccata Venere di Milo,
altro che in freddo marmo l'Afrodite!

donna-nuda-sulla-spaggia-de-chirico

Non c'è sbaglio, l’attestano le foto,
dove ti stagli scolpita nel tramonto,
ritratta nelle immagini sbiadite
d’un testimone attinto da fortuna.
Tu, callipigia diva delle spume,
non osannata in leggendario mito,
non celebrata neanche in un dipinto,
da chi baciasti solo venerata!

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Se ci ripenso, viaggiammo poche volte
in treno: la vaporiera a Tilden Park,
la Pasqua in Costa Azzurra, la BART
in California nel fine settimana;
se necessario, il treno sotto casa,
le rapide trasferte in Vesuviana.
I nostri sogni viaggiarono più spesso,
la notte, normalmente, in cantilena,
sui binari che sognarono i Borbone,
dov’è la Villa Favorita e il porto,
la ferrovia diretta a meridione.

porto-a-villa-favorita

Dev’essere accaduto appunto lì che
lungo il mare in fretta sei discesa.
Ho qui la borsa, gli abiti, i belletti,
la regola dei baci ed altri effetti,
le cose, la cui storia fu interrotta,
insomma, tutte messe in inventario,
cui dà senso soltanto chi t’aspetta.
Ma non lo sento più la notte un rombo,
il ferro che prorompe nel piperno,
e più non s’abbandona ad esso il sonno.


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Il turbine dell’aria
all’impeto che avanza.
Un tuffo sulla lama
dei binari. La notte
andava il nostro sonno

rain-steam-speed-turner

in viaggio, i sogni sporti
su chiazze di campagna.
Il sibilo del treno
sfumava in lontananza,
la quiete verso il giorno.


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Vicino significa adiacente,
accanto, prossimo, presente,
quasi in contatto, insomma,
disposto ad un abbraccio,
ma puoi sentire la mancanza,
se non sostanzia questo il senso
dell’agognata vicinanza.
Lontano esprime la distanza
da chi è disgiunto, separato, assente

interior-courtyard

dal dintorno, dall’adiacenza,
insomma, d’un immediato
incontro, un metro inadeguato
a misurare la mancanza.
Non presente, eppure accanto,
non assente, eppur distante,
non partecipe, e perdipiù invisibile,
evanescente, ergo intangibile.
Siffatta, insomma, è la sostanza.


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A strofinarsi corrono ovattati,
saluti miagolando in lingua oscura,
occhi di bragia al trapestio dei passi,
al cigolante ferro di chiusura.
Ahi, se lo sanno, i gatti della sera,
progenie eterna degli ultimi diletti,

gatti-a-gallo

che incarnano gli affetti trapassati,
la sfinge dell’essenza che s’incerta,
e fiduciosi sgusciano tra i sassi,
lo sguardo confidente di chi spera,
ai solitari un fondo di bacetti,
un’eccedenza in generosa offerta!


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Pensarli accantonati in una teca,
un poco alla rinfusa, derelitti,
di terra e d’aria inerte la sostanza,
la sarabanda dei mancanti affetti,
polverizzata in atomi d’assenza?

ulisse-assediato-dalle-sirene-ferlinghetti

Asserragliati, come in una rocca,
a oltranza non ammettono la resa,
osano l’ombra d’un eclissato calle,
azzardano sortite di sorpresa,
il cuore inerme assaltano alle spalle!


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Dov’era sciolta la parola prima,
schietta, efficace, annuncio della vita,
spavalda, svelta, inedita regina,
macchina termica, potenza genuina,

metamorphosis-ii-escher

adesso giace il verso in metro e rima,
tormento scritto, un’obbligata spina,
strumento che traguarda degna uscita,
esatta mira puntata in ver la china.


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Spinola Bay, per l’ultimo saluto
avremmo oziato giù per la marina,
dove il mare insolente spadroneggia,
lambendo a tratti i muri ai magazzini,
imperversa, rende incerta la battigia,
ai passanti devasta la banchina.
Spinola Bay, terrazza al quinto piano,
dell’estate tardivi villeggianti,

spinola-bay

saremmo andati fino alla piscina,
dove un maestro insegna pallanuoto
a una svogliata schiera di bambini.
Spinola Bay, il tuo viaggio è confermato:
nostalgiche bracciate di bagnanti,
la nostra giovinezza fuori mano
nel dondolìo beffardo dei natanti.