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N’oublie jamais d’où tu viens, n’oublie jamais
che della vita occorse un nonsoché,
di lava e di castagni l’impastarsi,
la chimica che il passo rese breve,
che tolse il fazzoletto alla fortuna,

d’acqua e d’erte il sapiente mescolarsi.
N’oublie jamais che niente fu per caso,
nemmeno tu e ciò che ne consegue,
per fare uno di quiete e di burrasca,
della felice e dell’avversa sorte.

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C’è la credenza da tempo diffusa,
terreno fertile per l’ignoranza,
che fa della scienza pura opinione,
puro argomento di discussione…
“Bene la scienza, ma andiamoci piano!
Il clima del globo non deve turbare,
è fluttuazione di madre natura;
è giallo, non bianco, lo zucchero sano;
se raffinata, la farina è letale;
le scie c’irrorano l’atmosfera
di droghe fatte per condizionare;
con il limone debelli il tumore;
con l’acqua scossa è sicura la cura;
vaccini – attenti! – son peggio del male;
è piatta la terra e l’asino vola…”.
Insomma, il catalogo del complotto
senza discernere il crudo dal cotto.
– “La voce al popolo!” – la tiritera
per dare spazio al pensiero globale,

e via a spararsi la bella figura,
cazzata libera da mane a sera.
Così s’attenta al mio buonumore,
– hai voglia di dire, di far ragionare! –
non sono credibile, faccio rumore,
la scienza diventa uno sfogo di panza!
A volte perfino dai libri di scuola
capisco ch’è meglio la scienza infusa,
ovvero la scienza del supponente,
al quale non manca la presunzione
che il libero arbitrio sia carta vincente,
che ad esso sempre si debba adeguare
l’uomo evoluto, l’homo sapiente,
– un luogo comune da sconfessare –
sapiente è di tutto, non è da niente
in questo eccellere, nell’ignorare!
In promemoria, tenerlo a mente:
ridefiniamolo l’homo saccente.


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La metto in spiccioli, la faccio banale,
non sembri eretico quel che vi dico,
la somiglianza mi pare essenziale:
tra il filologico e lo scientifico
v’è un filo logico fondamentale.

Sia messa in prosa oppure mirica,
se la parola deriva dall’etimo
– per ogni lemma la forma più antica –,
per decifrare del pari un fenomeno
fisica o chimica ci vuol che lo dica.


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Ti do il narciso scrigno del sereno,
bulbo sottratto all’impeto dell’onde,
la luce che fu tolta dalla rena,
spuntata tra le piante all’improvviso.
D’ogni sua gemma il fiore corrisponde
con l’ultimo incurvarsi dell’ellissi,

che fa la vita luogo di distanze
dai fuochi che per tutti sono fissi,
– per tutti certo non un’altalena –
inizio e compimento di speranze.
Ti do il narciso figlio del Tirreno,
germoglio di salsedine ed abissi,
selvatichezza e canto di sirena,
a cui fu tolto il sole del suo viso.


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Parigi è qui davanti, tutta a nord,
dov’abitava un giorno nostra figlia,
dov’era un tempo pure la Bastiglia,
però a Choisy c’incontri Alain Delon,
che s’aggira nei pressi del mercato,
la folla dei dì santi e giovedì,
con una borsa rosa, ed ingrassato.
Parigi, tanti addii, tanti ritorni,
tutti da te, nel segno del congedo,

174 Avenue de Choisy

ed il venturo seme un dì piantato,
cioé il futuro che solo io rivedo,
che niente sa dell’acca ch’è passato,
che qui lasciasti adulti alcuni sogni.
Parigi, il cielo è quel che guardo a volte
– il vespero è un indugio prolungato –,
mi chiedo se conosci quel che so,
le cose che rimasero irrisolte.


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omaggio a ee cummings

In fondo non andò proprio così,
se più non sento i tuoi capelli sciolti,
non la tua mano che cerca la mia,
non i bisbigli del tuo lasciarti andare,
se non ti trovo più per farti amare.
Se l’abbandono non posso avvertire,

se mille parole non valgono a dire
ciò che diceva la tua ritrosia,
s’è troppo aspettarsi che tu le ascolti,
in fondo non andò proprio così.
Sarei felice con una cosa sola,
se del mio cuore mi mandi una parola.


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a Maria Ziino

Volano gli anni, attratti dal domani,
dividono l’intero e danno il resto,
che popola la giostra nel suo giro
e nel ricordo trova sepoltura.
Fuggono col tempo che ha premura

d’addormentare il giorno in un respiro,
come a ponente s’avvicina lesto.
Volano gli anni, rimangono i Mani,
secondo un’imprecisa partitura,
giammai distratti all’ora che matura.


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Fummo l’intero, eppure divisibile,
nonostante il quoziente irrazionale,
o per taluni affatto trascendente.
Pertanto, in quanti fummo in tanti persi
interi infido il tempo ci divise
con un resto di sequenza casuale,

di cui, sia pure a caso, ma sovente,
mi sorprende la cifra imprevedibile
delle memorie sempre più indecise,
dal non esatto posto decimale,
che a trattenere stento con i versi
nel loro proprio verso cardinale.


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Mi tenta veramente troppe volte
l’insidia d’un invito tanto forte.
Seppure tu m’induca in tentazione,
è alla ragione che volgo l’attenzione,
ergo, le tue ragioni non son molte,

se alla ragione avanza una ragione,
tal che all’invito tuo serri le porte,
se certa conoscenza è la questione
e nella scienza le cose son risolte.
M’attengo, quindi, a tale conclusione.


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All’alba un fuoco, uguale ad un tramonto,
il sole un disco rosso nell’oriente
degli Enotri, e il tempo come un niente
annichilito. Finiva qui l’estate,
a ferragosto, sulla battigia infranto

ogni promesso intento di ritorno.
Così spiegava crudo il nuovo giorno
che il tempo poi diviene inconsistente
– tutte intenzioni illuse, evaporate –
ed all’omega tende ogni contorno.