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Amici, è quasi grigio ebbene
il cielo delle cose andate,
e più la traccia spesso si confonde.
Ecco, è giunto il tempo che vi informi:
al punto di non ritorno son tornato,
quello che noi fingemmo fosse
a primavera il suo futile fuoco.
climbing a thistleL’erba cresciuta alta negli anni
cela alla vista l’antro dell’Inferno.
Sono disfatti in cenere tra i rovi
i piani per un lungo soggiorno.
Ma certo il luogo è quello del ricordo.
Tranne che ora quasi farfalle inerpicati
ognora stiamo ai cardi della vita
a lacerarci la geometria dell’ali.

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Oggi, nel leggere l’ennesimo resoconto sul clonaggio delle carte di credito, mi è venuto in mente che alcuni mesi fa, sul magazine New Scientist, che è un’utile fonte di divulgazione scientifica, è comparsa quest’altra notizia. In breve, si tratta di una truffa che sfrutta un malware di 50 kilobyte, riconosciuto come legittimo da Windows, il cui nome è Isass.exe (attenzione, non è da confondere con lsass.exe, con la elle minuscola, che è un normale processo di Windows). Il malware attiva una routine di copia che, all’atto dell’inserimento di una carta nel lettore, registra sull’hard disk del computer dedicato allo sportello di prelievo il numero della carta, la sua validità, il codice di sicurezza ed il PIN. Egualmente ingegnoso è il modo in cui i dati vengono recuperati usando la stampante dello sportello. L’inserimento di una carta ‘ad hoc’ nel lettore fa aprire una finestra sullo schermo, le cui opzioni consentono tra l’altro la stampa dei dati di tutte le carte adoperate di recente. La parte più difficile per i truffatori è l’installazione del malware, per la quale è necessario accedere al computer. Verosimilmente, l’operazione viene fatta da un complice che lavora nella banca o corrompendo un impiegato. Non spaventatevi, la truffa è diffusa soprattutto in Russia e in Ucraina, ma non si sa mai. Grazie alla crisi, però, possiamo contare sul fatto che sia importante per i dipendenti della banca mantenersi fedeli per non mettere a rischio l’impiego.

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Già, le parole smemorate,
quelle che non ti ho detto,
le mena l’alito del vento
alla precarietà dei nidi,
ad ogni scossa un frusciar d’ali.
Qui trepida è la terra del suo fuoco;
l’acqua pare alta più che altrove:
s’affaccia alla finestra d’una casa.
Qui vana blandisce la risacca
la sponda sommersa del mio cuore.

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Il padre di lei, che a Castellammare aveva lavorato, trovava l’Acqua della Madonna gustosa e benefica per i suoi incipienti problemi urinari. Così la domenica, prima di dirigersi alla volta di Ercolano, dove sarebbero stati ospiti a pranzo, presero l’abitudine di recarsi al porto per raccogliere nelle damigiane una decina di litri del provvidenziale liquido. Si accedeva direttamente alla banchina, ed egli, lasciati la compagna e i due piccoli nell’auto in sosta, si avviava verso gli scalini che tuttora scendono al piano del mare, dove sgorga la fonte pubblica. Fin dalla prima volta, si accorse che gli estimatori dell’acqua erano soliti lasciare le borse con i loro averi nelle auto aperte. E più d’uno, invece di adoperare contenitori grandi per abbreviare i tempi della raccolta, si attardava a riempire la pletora di bottiglie che accortamente aveva pensato di adibire allo scopo. Malauguratamente, si avvide anche che lì, a presidiare il territorio, c’era la bassa manovalanza della camorra. Costoro, approfittando dell’assenza dei proprietari, avevano gioco facile nel prelevare le borse dalle auto incustodite.

Porto2

La banchina dell'acqua della Madonna. Sullo sfondo, i silos.

Le prime volte provò ad avvertire i malcapitati chini accanto a lui a raccogliere l’acqua. Ma i malfattori gli ingiunsero di tacere. Allora adottò un’altra tecnica, certamente più dispendiosa: prima di scendere alla fonte, si fermava a sorvegliare le auto incustodite, finché i loro proprietari non fossero risaliti per deporvi i contenitori e rimettersi alla guida, consapevole che, se qualche malintenzionato fosse comunque entrato nelle auto, poco avrebbe potuto fare per impedirglielo, tranne che venire alle mani. Eppure, per strano che possa sembrare, in quell’epoca la gente di camorra non amava agire allo scoperto come ora. Ben presto una minaccia lo costrinse a rinunciare anche a quell’escamotage: se non si fosse fatto i cazzi suoi, guardando da un’altra parte, gli avrebbero spinto in mare l’auto con tutti i suoi cari. Un’esagerazione, forse, ma non si sa mai. Meglio rinunciare. E fu così che ebbe fine quell’amorevole consuetudine domenicale, tenuto anche conto che, allora come ora, da quelle parti non si è mai visto un tutore dell’ordine. Erano gli inizi degli anni ottanta, ed il futuro di Orwell sarebbe cominciato di lì a poco.

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In questo paese di merda, quando sparano a un suonatore ambulante in una stazione del metrò, nessuno deve parlare, nessuno deve vedere, nessuno deve sentire, nessuno deve intervenire. Tutti devono farsi i cazzi loro. Qui è la camorra che detta legge, la sua legge di prevaricazione e di morte. Qui niente capita perché la gente sia distratta o indifferente o smarrita, ma perché questi sono gli ordini della camorra. Ora, se ci fossero state le Nuove Ronde Partenopee, in quella stazione, cosa pensate che avrebbero fatto? Ma via, avrebbero obbedito a chi impartisce loro ordini superiori! Da Napoli niente di nuovo, tranne la solita cronaca.

http://napoli.repubblica.it/dettaglio_1

http://napoli.repubblica.it/dettaglio_2

http://napoli.repubblica.it/dettaglio_3

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Qui
in qualche dove
c'è una parte di me
e d'essa
(a me sì care)
le passate compagnie.

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Sicché capita che arrivi con l’auto nel bel mezzo del mercato, non per colpa tua, ma a causa della segnaletica insufficiente o sbagliata, e qualcuno tra la gente ti rinfacci d’essere in piena zona a traffico limitato; capita che due individui, senza casco, a cavalcioni d’una moto di grossa cilindrata, ti tampinino prima e ti tamponino poi, levando provocatoriamente irriferibili epiteti all’indirizzo dei tuoi cari, perché la loro fretta di superarti è frenata dalla strada stretta, e la folla si accalca disordinatamente attorno alla tua auto, occupando tutto lo spazio teoricamente disponibile; capita che tu finga di non avvedertene, e di non udire, e prosegua diritto come una rompighiaccio, disperatamente sperando che la calca s’apra come il mar Rosso a Mosè. Capita. E poi, come d’incanto, davvero capita che il mare si ammassi ai lati della viuzza, ma non per gentilezza, e tu intuisca che qualcuno dalla moto ha mandato un segnale, che ti lascino strada, perché la tua involontaria lentezza dà ingombro alla sua fretta. Capita anche che i media strombazzino di bande sgominate, qui e altrove, e tu non te ne interessi, e finga di non sapere, come se la cosa non ti riguardasse, perché capita che poi al mercato ci ritorni, tu, e le sue regole non sono affatto cambiate.

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Se debbano gli addii
celare qualcosa di speciale
un gesto una frase
una (diuturnamente) taciuta sofferenza.
O palesare un ultimo segnale.
Se di fatto debbano esplicare
quasi una finale ripa
una fatale meta
delimitare invero
l'ora mesta dalla lieta.

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Da bambino, trascorse le sue prime estati in un paesotto del Cilento, ospite della zia, al primo piano di un vecchio palazzo padronale. L’ingresso si schiudeva su un appezzamento di terreno. Lì, innanzi che la zia si trasferisse nelle case popolari, passava i pomeriggi con due ragazzette del posto, con le quali si consumavano i suoi trastulli infantili. C’era spazio per i girotondi, tra le spighe turgide e rigogliose, e talora le loro sottane si allargavano a ruota, aprendosi schiette sulle candide pecche della biancheria. Quell’esposizione era parte del gioco, e alimentava la confidenza, la quale presto si spinse al punto che le fanciulle non celarono più, quando sopraggiungeva, la voglia di far pipì. Dopo avere tirato giù le mutandine con la maestrìa delle femmine già fatte, si acquattavano alla meglio nell’erba, che non era alta a sufficienza per nasconderle del tutto al suo sguardo. Ma esse non tradivano soverchia ritrosìa a mostrarsi, ché la complicità rinfocolata dalla finta illusione di occultarsi era più forte dell’imbarazzo. E poi, tra le pannocchie i loro discorsi spesso si soffermavano su argomenti ‘personali’, solleticando in lui la curiosità per quell’universo sconosciuto. Però la zia era inflessibile. Manteneva un atteggiamento severo ed era ferma nel non dargli risposte. Silenzio e mistero, su quel tema, come dettavano i tempi. Eppure…

Eppure v’era un rituale al quale la donna, prossima ai sessanta, ma con un corpo ancora florido, si dedicava ogni sera, all’atto di coricarsi. Una reminiscenza del tempo in cui il marito era ancora in vita. Puntualmente, offrendogli la schiena, si sfilava le mutande e restava nuda, senza vergogna, a lato del suo giaciglio, che era tra il vecchio letto matrimoniale e lo specchio. Rimaneva a contemplarsi per alcuni istanti, prima di lasciare scorrere sui fianchi prosperosi la camicia da notte. Ed egli, informato dell’operazione, sapeva anche che doveva tenere gli occhi chiusi, ché i tempi erano bigotti e non gli era concesso di guardare. Spesso preferiva rigirarsi di spalle, per non cedere alla tentazione. Però quella sera sentiva il desiderio più che mai acceso dagli stimolanti giochi con le ragazze. Avrebbe dato una sbirciatina. Dischiuse leggermente le palpebre, in attesa del rituale. Quando la donna si svestì, accanto a lui, rimanendo scoperta come al solito nella penombra della stanza, il suo sguardo indugiò su quelle forme d’incanto. Carnose, abbondanti, femminili. Un fondoschiena procace. Poi sopravvenne un richiamo. Chiuse gli occhi, con rammarico, ma la magia era fatta. Quando il sonno lo colse, stava fantasticando sull’occasione in cui un’altra donna gli si sarebbe disvelata senza schermi. Ci sarebbero voluti alcuni anni, ma fortunatamente ancora non lo sapeva.

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Sì, è così, ad Ercolano, città degli scavi e del MAV, la cultura archeologica è talmente radicata che i rifiuti della raccolta differenziata vengono chiamati reperti (ingrandite e leggete la scritta sul cassonetto a sinistra) e sono tanto preziosi da esser tenuti sotto chiave (notate i lucchetti nei cerchi azzurri). Peccato che non si sappia quale sia la loro destinazione finale. Fin da prima della crisi della ‘monnezza’, era già vigente la regola della differenziazione, ma una insistente ‘vox populi’ sosteneva che si trattasse di una messa in scena, organizzata dal comune a fini educativi, perché pare che a valle della raccolta tutto finisse in un’unica discarica. Ed oggi non è facile sradicare il dubbio che i ‘reperti ecologici’ finiscano anch’essi a Ferrandelle, nonostante la loro ‘preziosità’. La TARSU, intanto, continua a lievitare, e men che meno sono in progetto riduzioni per invogliare i cittadini ad attenersi a criteri di smaltimento più stringenti. No, qui tutto si risolve nei lucchetti, sebbene essi rappresentino, beffardamente, la metafora di una sorta di ‘ius’: la monnezza è mia e guai a chi me la tocca. Noi non possiamo che prenderne atto, considerato che, come obbedendo ad una ferrea parola d’ordine, perfino il popolo della camorra sembra essere diventato rispettoso di regole che in passato puntualmente disattendeva. Da Ercolano niente di nuovo, tranne la solita cronaca.

Reperti_preziosi_1

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