Il padre di lei, che a Castellammare aveva lavorato, trovava l’Acqua della Madonna gustosa e benefica per i suoi incipienti problemi urinari. Così la domenica, prima di dirigersi alla volta di Ercolano, dove sarebbero stati ospiti a pranzo, presero l’abitudine di recarsi al porto per raccogliere nelle damigiane una decina di litri del provvidenziale liquido. Si accedeva direttamente alla banchina, ed egli, lasciati la compagna e i due piccoli nell’auto in sosta, si avviava verso gli scalini che tuttora scendono al piano del mare, dove sgorga la fonte pubblica. Fin dalla prima volta, si accorse che gli estimatori dell’acqua erano soliti lasciare le borse con i loro averi nelle auto aperte. E più d’uno, invece di adoperare contenitori grandi per abbreviare i tempi della raccolta, si attardava a riempire la pletora di bottiglie che accortamente aveva pensato di adibire allo scopo. Malauguratamente, si avvide anche che lì, a presidiare il territorio, c’era la bassa manovalanza della camorra. Costoro, approfittando dell’assenza dei proprietari, avevano gioco facile nel prelevare le borse dalle auto incustodite.
Le prime volte provò ad avvertire i malcapitati chini accanto a lui a raccogliere l’acqua. Ma i malfattori gli ingiunsero di tacere. Allora adottò un’altra tecnica, certamente più dispendiosa: prima di scendere alla fonte, si fermava a sorvegliare le auto incustodite, finché i loro proprietari non fossero risaliti per deporvi i contenitori e rimettersi alla guida, consapevole che, se qualche malintenzionato fosse comunque entrato nelle auto, poco avrebbe potuto fare per impedirglielo, tranne che venire alle mani. Eppure, per strano che possa sembrare, in quell’epoca la gente di camorra non amava agire allo scoperto come ora. Ben presto una minaccia lo costrinse a rinunciare anche a quell’escamotage: se non si fosse fatto i cazzi suoi, guardando da un’altra parte, gli avrebbero spinto in mare l’auto con tutti i suoi cari. Un’esagerazione, forse, ma non si sa mai. Meglio rinunciare. E fu così che ebbe fine quell’amorevole consuetudine domenicale, tenuto anche conto che, allora come ora, da quelle parti non si è mai visto un tutore dell’ordine. Erano gli inizi degli anni ottanta, ed il futuro di Orwell sarebbe cominciato di lì a poco.

19 Giugno 2009 at 12:42 pm
Bisogna che mi decida a raccontarti due piccoli episodi, che mi hanno visto partecipe, attorno al tema camorra e controllo del territorio, ma devo trovare il tono giusto…
7 Luglio 2009 at 11:43 am
ciao Raff. Mi consenti di riportare il link al tuo pezzo sul facebook? credo che ne valga la pena.
@ Guido: trova il coraggio: almeno la parola, almeno quella se altri gesti non si possono fare, almeno la parola deve trovare spazio.
aspetto di leggerti.
9 Luglio 2009 at 10:44 pm
Be’ sai, cara Francesca, non è che occorra molto coraggio per raccontare le mie storielle… è solo che tempus fugit, ars longa vita brevis e cose così. Piuttosto speriamo che il buon Raffaele ci perdoni per l’utilizzo semiprivato che facciamo del suo spazio. Comunque: or sono vari decenni, con la mia compagna d’allora e a bordo della nostra fida 500, passammo un mesetto tra Cuma e Sorrento, facendo base in un campeggio in quel di Licola.
In questo campeggio girellava da mane a sera un signore di mezza età, molto cortese e disponibile, che non era il proprietario, ne’ un dipendente, ne’ aveva un ruolo riconoscibile. Chiaccherava con gli ospiti, era largo di caffè e considerazioni generali sulla vita e sul tempo, si informava….
Le spiagge prospicenti il campeggio ed il borgo erano recintate con alte reti metalliche, i cui cancelli venivano chiusi a lucchetto, ogni sera, da mani misteriose. Alla nostra domanda, sul perché una spiaggia così bella venisse sigillata la sera, il gentile signore dette una risposta evasiva, mentre fu prontissimo ad invitarci a lasciare, in tutta tranquillità, tutti i nostri averi in bella vista sull’asciugamano da spiaggia in mezzo alla folla dei bagnanti, quando ci fosse venuto desiderio di un bagno, anche prolungato ed al largo. “Nessuno toccherà nulla, ci mancherebbe…”
Così fu. Eravamo giovani ed ingenui, Francesca, ma anche in grado di ragionare, ed i nostri sospetti trovarono ironica conferma qualche tempo dopo davanti ad una pizza serale con amici del luogo, ai quali fui grato per non aver infierito troppo su due sempliciotti.
Come avrai intuito, il gentile signore era – come dire? l’ambasciatore della camorra nel campeggio (e nel borgo, presumo), e la sua parola era la vera legge, alla quale nessuno si sognava di trasgredire; e le reti ed i cancelli servivano a garantire lo sbarco indisturbato di ciò che la notte doveva essere sbarcato al riparo dagli occhi della Finanza e delle altre forze dell’ordine, che peraltro non si vedevano mai… Bella vacanza, però.
Questo è il primo ricordo. Banalotto, vero?
14 Luglio 2009 at 11:05 am
caro Guido,
certo che Raffaele ci perdonerà, altrimenti a che serve uno spazio virtuale ma pubblico?
Il tuo racconto serve come tessera di mosaico per comporre un quadro davvero complesso, come quello del Sud.
Mi accorgo di regole invisibili ma che chi vive in quei territori conosce bene, di frasi per orecchie straniere suonano prive di significato, o dal significato innocuo, mentre per chi sa, sono veri e propri messaggi.
A Napoli si comunica anche con lo sguardo, creando ruoli subordinati e ruoli di comando, persino tra ragazzini che dovrebbero essere innocenti e spensierati.
Ci ho messo raccolta, conoscenza, osservazione, nei confronti di questo mondo che tanto amo e tanto mi incuriosisce e tanto mi sorprende, ogni volta.
Non è banalotto il tuo ricordo, caro Guido. Bisogna parlarne, far conoscere. Non è scontato, credimi, sapere tutto ciò…
ti abbraccio aspettando il ritorno del ns Raffaele
15 Luglio 2009 at 11:25 pm
Grazie, grazie… intanto il nostro Raffaele è tornato e – quando mi verrà il tono giusto – vi assillerò con il 2° ricordo.
Un abbraccio a tutta la compagnia!
21 Luglio 2009 at 7:37 am
Vedo che lo zoccolo duro di questo blog si è dato da fare per tenerlo vivo in mia assenza. Grazie. Allora, Guido, aspettiamo!
22 Luglio 2009 at 8:23 am
Posso permettermi di lasciare un ricordo anche io?
Avevo 17 anni e, per motivi troppo lunghi da dire, ero in Sicilia a gestire per pochi mesi un negozio di abbigliamento. Gestire forse è troppo, tenevo aperto.
Un giorno mi si presentò un signore che scelse il miglior abito, come da copione, 2 camicie, cravatta e altro ancora. Alla fine della spesa disse solo, all’incirca, queste parole:”Quando torna tuo fratello passo a pagare”, di rimando: “Quando torna mio fratello debbo fargli trovare i soldi di ciò che vendo”. Non so e non ho mai vuluto sapere come è finita.
4 Agosto 2009 at 2:01 pm
Bene, sembra giunto il momento…. Un paio di decenni dopo l’episodio 1 mi trovai a dover trasferire una barca da un porto del nord (non rammento quale) a Capri. La cosa – allora ero giovane e libero – avrebbe richiesto tre o quattro giorni, l’arrivo era previsto al massimo per Domenica e l’armatore, gentile e sollecito, per il ritorno ci aveva prenotato un’auto che avremmo ritirato a Capodichino.
La traversata fu piacevole, allietata da un maestralino costante che ci teneva sui 7-8 nodi, praticamente senza bordi e aggiustamenti alle vele. Era maggio, la notte un branco di stenelle veniva a giocare sotto la prua, il pilota automatico faceva il suo lavoro e noi tre passavamo lunghe ore ad ascoltare il canto del mare sull’opera viva, le parole ridotte al minimo. Insomma,la domenica mattina, sbarcate le nostre sacche, consegnate le chiavi al marinaio di guardia in Capitaneria nelle migliori condizioni di spirito – aliscafo, autobus, trenino – ritirammo la nostra auto in aeroporto. Non vi so dire se per distrazione (eravamo molto rilassati) o per effettive carenze nella segnaletica, all’uscita invece di imboccare l’autostrada ci trovammo immersi in un involontario e doloroso tour attraverso zone che – dopo – ho individuato essere Secondigliano, Casoria, Afragola. La macchina procedeva su di uno strato uniforme di immondizia compressa a coprire l’asfalto da un lato all’altro della strada. Questa era fiancheggiata da rottami e carcasse di auto bruciate, sovrastata a tratti da enormi brandelli di viadotto non finiti e già fradici, il ferro rugginoso e colante, il cemento slabbrato.
Non mi rammento gli edifici, salvo che in un quartiere di case ad un piano, gli intonaci lebbrosi basse e compatte, dai marciapiedi larghi, deserto e silenzioso nel sole meridiano. In piedi davanti all’uscio, molti di questi abituri avevano un’adolescente vistosa e truccata, in attesa.
I tre marinaretti chiusi nella Punto erano allibiti,si vergognavano a guardarsi in volto e desideravano disperatamente una cosa sola: scappare da quell’inferno al più presto. Alla fine, dopo un’eternità, imboccata finalmente la strada giusta la Punto bianca si trovò ad infrangere qualunque limite di velocità, l’acceleratore a tavoletta fino a destino.
4 Agosto 2009 at 3:00 pm
Ecco, Guido, vedi, la nota pressocché costante delle nostre piccole esperienze è la fuga, è l’horror vacui. Adesso occorre che ci spieghiamo come mai tanti nostri amministratori ci si intrattengano in affari. Magari, se riponessimo più fiducia nelle forze dell’ordine, potremmo provare a denunciare. Ma anche su questo punto, la mia prima reazione è l’horror vacui… E la vostra?
10 Agosto 2009 at 1:55 pm
Ti posso riferire, caro Raffaele, senza commento – nudi e crudi, pregandoti di esser pietoso – i “pensieri” che mi turbinarono nella testa mentre la macchina ci conduceva attraverso quei gironi, come mi si sono ripresentati nello scrivere il mio commento: 1)”non è possibile, è un incubo”; 2)”Ma dove siamo capitati?” [scoprendo l'esistenza - non all'altro capo del mondo, ma a pochi chilometri da casa mia - di un inferno a cielo aperto]; 3)”Non c’è niente da fare!”; 4)”non è possibile che non ci sia niente da fare!”; 5)”Sì, deportare tutti, spargendoli ai quattro angoli del globo, spianare tutto con le ruspe, piantare un bosco, interrompendo la riproduzione delle “famiglie” e dei clan!” [il punto più basso, di cui mi vergogno ma che non ti celo, raggiunto in pochi frenetici secondi]; 6)”Ma come mai queste cose non si vedono mai, né in tv, né sui giornali?”; 7)”Possibile che a nessuno sia mai venuto in mente di venire qui con una macchina da presa?”; 8)”Perché a nessuno è mai venuto in mente…(come sopra)” [qui il mio, chiamiamolo così, "pensiero" ha iniziato ad uscire dall'istintualità dell'animale braccato e a farsi minimamente "politico"].
Ecco qua…
12 Agosto 2009 at 11:41 pm
Caro Guido, non so cosa sia giusto o sbagliato nelle tue reazioni, che sono (state), credimi, anche le mie. E’ certo che la voglia di catarsi è grande. Io non so che cercarla nel mio mondo visionario, quello a cui appartengo per bocca di un caro e complesso amico. Viviamo tutti in un’unica grande società tribale, come la chiamerebbe, credo, Angelo Petrella, nella sua analisi retorica, eppure cruda e vera, di questo mondo di camorra. E penso che fingiamo che il medio evo sia finito.
13 Agosto 2009 at 9:19 pm
Non solo mi togli un peso dal cuore, ma mi onori in modo veramente immeritato, Raffaele!
E mi suggerisci anche (non lo conosco assolutamente) uno scrittore che potrebbe essere interessante. Da quale titolo cominceresti, se tu fossi me? (Questo, per inciso, mi fa venire in mente “Cosa si prova ad essere un pipistrello?” di Thomas Nagel, in D. Hofstadter & D. Dennet “L’io della mente”.
Mi rammenti anche che nel citare la chiaccherata con Daniel in “Vitruvius Mozambicanus” ho omesso ciò che ci siamo detti circa la mancata transizione italiana dal feudalesimo alla modernità. Beethoven nello Scherzo della sua Seconda Sinfonia dà un addio beffardo e grottesco al ‘700. Noi ci siamo ancora impegolati fino al collo, in questo mondo di Leporelli, che diavolo…. In effetti, la dialettica in atto (perlomeno dal secondo dopoguerra) tra la criminalità organizzata e lo Stato (anche nella sua articolazione “territoriale” può ben essere assimilata a quella – storica – tra Impero e feudatari come si è venuta formando a partire dalla morte di Carlo Magno. Insomma, forse Saviano andrebbe letto assieme ad Eginardo!
Un abbraccio!
14 Agosto 2009 at 2:31 pm
Di Petrella ho cominciato a leggere ‘La città perfetta’ (su suggerimento di Francesca), ma ho smesso quasi subito, perché, lette le prime pagine, mi è sembrato di averlo già letto tutto. Magari perché sono ancora troppo preso dalla scrittura dei miei articoli. A proposito, l’ultimo libro che ho letto per intero è ‘Libri e cazzotti’ di Tullio Pironti. A vintott.
24 Agosto 2009 at 6:10 pm
Sto aspettando “Napoli nera” e Libri e cazzotti” (che temo però sia esaurito). Interessante il catalogo di Pironti. Ho visto una massiccia presenza di traduzioni in inglese, tra l’altro, che mi sembra un’ottima cosa.
A presto