Da bambino, trascorse le sue prime estati in un paesotto del Cilento, ospite della zia, al primo piano di un vecchio palazzo padronale. L’ingresso si schiudeva su un appezzamento di terreno. Lì, innanzi che la zia si trasferisse nelle case popolari, passava i pomeriggi con due ragazzette del posto, con le quali si consumavano i suoi trastulli infantili. C’era spazio per i girotondi, tra le spighe turgide e rigogliose, e talora le loro sottane si allargavano a ruota, aprendosi schiette sulle candide pecche della biancheria. Quell’esposizione era parte del gioco, e alimentava la confidenza, la quale presto si spinse al punto che le fanciulle non celarono più, quando sopraggiungeva, la voglia di far pipì. Dopo avere tirato giù le mutandine con la maestrìa delle femmine già fatte, si acquattavano alla meglio nell’erba, che non era alta a sufficienza per nasconderle del tutto al suo sguardo. Ma esse non tradivano soverchia ritrosìa a mostrarsi, ché la complicità rinfocolata dalla finta illusione di occultarsi era più forte dell’imbarazzo. E poi, tra le pannocchie i loro discorsi spesso si soffermavano su argomenti ‘personali’, solleticando in lui la curiosità per quell’universo sconosciuto. Però la zia era inflessibile. Manteneva un atteggiamento severo ed era ferma nel non dargli risposte. Silenzio e mistero, su quel tema, come dettavano i tempi. Eppure…
Eppure v’era un rituale al quale la donna, prossima ai sessanta, ma con un corpo ancora florido, si dedicava ogni sera, all’atto di coricarsi. Una reminiscenza del tempo in cui il marito era ancora in vita. Puntualmente, offrendogli la schiena, si sfilava le mutande e restava nuda, senza vergogna, a
lato del suo giaciglio, che era tra il vecchio letto matrimoniale e lo specchio. Rimaneva a contemplarsi per alcuni istanti, prima di lasciare scorrere sui fianchi prosperosi la camicia da notte. Ed egli, informato dell’operazione, sapeva anche che doveva tenere gli occhi chiusi, ché i tempi erano bigotti e non gli era concesso di guardare. Spesso preferiva rigirarsi di spalle, per non cedere alla tentazione. Però quella sera sentiva il desiderio più che mai acceso dagli stimolanti giochi con le ragazze. Avrebbe dato una sbirciatina. Dischiuse leggermente le palpebre, in attesa del rituale. Quando la donna si svestì, accanto a lui, rimanendo scoperta come al solito nella penombra della stanza, il suo sguardo indugiò su quelle forme d’incanto. Carnose, abbondanti, femminili. Un fondoschiena procace. Poi sopravvenne un richiamo. Chiuse gli occhi, con rammarico, ma la magia era fatta. Quando il sonno lo colse, stava fantasticando sull’occasione in cui un’altra donna gli si sarebbe disvelata senza schermi. Ci sarebbero voluti alcuni anni, ma fortunatamente ancora non lo sapeva.
30 Maggio 2009 at 12:55 pm
Perbacco, Raffaele! Ottimo, veramente. Mi sentirei orgoglioso se lo potessi leggere come un’indiretta risposta alla mia sollecitazione dei giorni scorsi. Spero che una prossima pagina non si faccia attendere troppo…
30 Maggio 2009 at 10:30 pm
Sì, Guido, proprio così. Mi hai stuzzicato ed ho voluto risponderti, cercando d’essere all’altezza del tuo giudizio, che per me è ormai un metro insostituibile. Son lieto che tu abbia gradito, pur se a me spesso piace sgattaiolare per vicoli collaterali…
1 Giugno 2009 at 7:35 am
Mi lusinghi, e te ne ringrazio, ma nel contempo mi carichi di una responsabilità ben gravosa, caro Raffaele! Comunque, visto che i risultati sono suggestivi, in un embrione di Bildungsroman alla Moravia, potrei dire, perché non insistere?
2 Giugno 2009 at 12:15 pm
davvero davvero stimolante, potresti scrivere romanzi erotici
2 Giugno 2009 at 10:39 pm
Benvenuto Rastalife. Per la verità, non mi dedico molto a questo genere. Credo che le situazioni descritte siano, per un maschio, erotiche in sé, a prescindere dalle pretese letterarie. Se poi queste ultime hanno saputo adattarsi allo scenario senza eccessivi, e banali, cedimenti, beh, era questo il mio obiettivo.