a K.
Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.
Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma...
Ecco, questa è la poesia di Montale sulla quale è stato imperniato uno di temi proposti all’esame di maturità. Ora, leggetela una sola volta, e ditemi se non si capisca subito che parla di un uomo (o lontano). Eppure, i bravi esegeti del ministero hanno tirato in ballo una donna, tanto da ravvivare in me la socratica scintilla dell’ignoranza e da costringermi ad una più attenta rilettura. I mass media ci hanno messo un po’ a capirlo, forse infervorati più dalla necessità di sbattere il tema in prima pagina che dalla voglia di leggere la traccia e comprenderne le pieghe. Alla fine la grammatica, per fortuna, ha trionfato. Ma c’è stato bisogno di voci autorevoli. Come a dire, le parole valgono più delle regole. E qui si aprirebbe un altro amaro capitolo…
21 Giugno 2008 at 8:37 pm
Condivido. La “verità” del discorso è sempre più negletta. Si parla a vanvera, molto.
23 Giugno 2008 at 12:34 pm
Sono qui da due giorni a cercare parole giuste per risponderti, ma non ne trovo. Di una cosa sono certo: non è il caso di scomodare altre illustri personalità. Magari è meglio, così non parlo a vanvera anch’io. Confidiamo nel futuro, allora, sperando che non sia il medio evo.