a K.

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma...

Ecco, questa è la poesia di Montale sulla quale è stato imperniato uno di temi proposti all’esame di maturità. Ora, leggetela una sola volta, e ditemi se non si capisca subito che parla di un uomo (o lontano). Eppure, i bravi esegeti del ministero hanno tirato in ballo una donna, tanto da ravvivare in me la socratica scintilla dell’ignoranza e da costringermi ad una più attenta rilettura. I mass media ci hanno messo un po’ a capirlo, forse infervorati più dalla necessità di sbattere il tema in prima pagina che dalla voglia di leggere la traccia e comprenderne le pieghe. Alla fine la grammatica, per fortuna, ha trionfato. Ma c’è stato bisogno di voci autorevoli. Come a dire, le parole valgono più delle regole. E qui si aprirebbe un altro amaro capitolo…

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