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Fu l’inizio di una nuova vita. Aveva bruciato le tappe, e si ritrovava con una moglie, un figlio in arrivo, un lavoro e gli studi da completare. Ma era contento d’arrivare a Napoli, di buon mattino, per raggiungere l’Università, che era il suo sogno di studente. Perché il padre gli aveva parlato con grande stima dei suoi maestri, perché si era seduto al suo fianco alle prime lezioni, perché vi aveva conosciuto Anna Maria, perché vi sognava una carriera da ricercatore, perché…

Arrivando alla Stazione Centrale, si avvide ben presto che qualcosa non andava, qualcosa che non aveva notato in precedenza, forse perché gli orari dei suoi viaggi non erano stati regolari fino ad allora. Certo, la ressa per salire sull’autobus gli dava fastidio. Ma ciò che lo innervosiva di più era il doversi guardare le spalle. Sì, perché una schiera di borseggiatori, approfittando del fatto che la gente si accalcava per salire sui mezzi pubblici, infilava le mani in tasche e borse, asportandone quello che vi trovava. Era quasi una scena da film, una scena che mai avrebbe creduto potersi realizzare dal vivo sotto i suoi occhi. La sorpresa fu tale che dovette pensarci un po’ su prima di decidere che cosa fare. Si concretizzarono due opzioni. La prima fu di parlare col responsabile dello stazionamento degli autobus. Ma l’uomo parve cadere dalle nuvole; anzi, lo invitò a farsi i cazzi suoi, mentre il suo sguardo correva altrove. Decise allora per la seconda possibilità: opporre resistenza passiva. Se i riferimenti ‘istituzionali’ ti abbandonano e non sei disposto ad accettare le angherie, la tentazione di far da te è forte. Quando si fosse accorto di qualche manovra ’sporca’, avrebbe tentato di ostacolare il borseggio, magari interponendosi tra il ladro e l’ignaro viaggiatore. Fu una tecnica che adottò anche nel corso dei viaggi in autobus. L’operazione era più rischiosa, perché in genere i malfattori agivano in coppia. Ma, approfittando degli scossoni delle frenate, che, per fortuna, erano frequenti nel traffico caotico di Napoli, era alquanto ‘normale’ dare spallate a caso e aggrapparsi a ‘qualcuno’, come per non cadere, e chiedere scusa per l’involontario accidente. Certo, più d’una volta fu bersaglio di sguardi che non promettevano niente di buono, ed era grande l’agitazione che caratterizzava i suoi spostamenti verso l’Università.

Un giorno fu egli stesso l’obiettivo di un borseggio. Fu ‘incastrato’ tra due malfattori. Quando si avviò all’uscita, ché era ora di scendere, quello davanti a lui si bloccò sui gradini, impedendogli di procedere oltre. L’altro, di dietro, cominciò lesto a tastagli le tasche. La decisione fu repentina. Diede uno spintone a chi gli ostacolava la discesa, ‘eiettandolo’ fuori all’autobus. Il borseggiatore non protestò. Quasi restò a bocca aperta per la sorpresa. Ma fu lo spalleggiatore rimasto sul mezzo pubblico a protestare: “e che maniere so ccheste, ‘o può fà male”. Evidentemente, il senso di solidarietà era forte, tra i malviventi. Quella fu l’ultima volta che salì su un autobus. Da allora in poi i suoi spostamenti metropolitani si svolsero a piedi. Anche così la vita non fu facile, ché c’erano gli scippatori in agguato. Ben presto imparò che era più sicuro camminare rasentando i muri, e quando qualcuno gli chiedeva qualcosa, cercando di fermarlo, continuava nel suo percorso, magari biascicando parole di scusa. Una tecnica che avrebbe miracolosamente pagato. Ma forse lo aiutarono molto lo sguardo freddo e la prestanza fisica. Ed anche la scelta di dipanare il suo percorso quotidiano lungo i vicoli più malfamati, contando sul fatto che la malavita potesse preferire di svolgere le sue attività all’esterno delle sue ’sedi centrali’. Questa è una storia di ieri, ma, a ben rifletterci, al giorno d’oggi le cose non sono cambiate così tanto.

Si può leggere anche su Penelope va alla guerra

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Poi, non ci saranno più linee lossodromiche
ad unirci nel planisfero punti di Mercatore.
Le prore solcheranno l’evanescenza dell’anima,
l’effimera finzione d’oceani senza isogonìe
né l'equatore né poli né terre né compassi nè...
Sicché palpito precario nell'albeggiar del sale
senza parallelo meridiano senza direzione,
all’acque del padre ebbra siccome Policaste,
s’affonderà sbocciando in nebule di spume
l’inobliata opulenza delle tue coste ignude.
L’interfaccia la superficie la separazione tra fasi
schiusero in essenza la tua stretta marina,
e dubbia di te rinviene nota un almagesto.

Versi liberamente ispirati dalle recenti iniziative del ministro Gelmini. L’immagine è tratta da www.mallorcaweb.net/masm.

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Sono trascorsi dieci giorni da Una città normale. 3, che è l’antefatto di questa riflessione, e niente è accaduto. Tranne la lettera ufficiale di riscontro del sindaco di Castellammare, Salvatore Vozza, che potete leggere di sotto, insieme con le mie e-mail. Eh, sì, perché lo avevo invitato a leggere il post precedente, memore del fatto che si era commosso, dichiarando che la città aveva fatto un cammino straordinario per riprendersi, nell’annoso confronto con il suo male endemico, allorché un commando di camorra aveva ammazzato il suo amico Tommasino, consigliere comunale. Ahimé, ho la memoria di un elefante e non dimentico. Ma da buon cittadino, che inutilmente ha già atteso per quasi cinque anni che accadesse qualcosa, ho pazienza a sufficienza per aspettare ancora che gli utili accertamenti degli addetti all’ordine pubblico, invocati dal sindaco, ammesso che siano necessari, vengano espletati. Per quanto tempo non so. Ho una mia idea, naturalmente, ma non ve la dico. Hai visto mai!

P.S.: voglio richiamare la vostra attenzione su come, rispondendo al mio primo messaggio, che parla di viale Dante Alighieri, il sindaco si riferisca, forse più correttamente, a via Carducci. Il fatto è che la toponomastica, in quella zona, è controversa, ed i nomi dei due poeti vengono vicendevolmente adoperati per individuare la stessa strada. Che sia un ‘lapsus linguae’ o una correzione volontaria, il fatto tradisce che solo chi ha perfetta conoscenza dello stato dei luoghi (da guardare anche, in una sua versione antecedente, su Street view in Google Maps, digitando ‘Castellammare di Stabia, viale Dante Alighieri’) può ricorrere a questa sapiente precisazione.

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Gentile Signor Sindaco,

non sono un suo concittadino, ma sono nativo di Castellammare di Stabia e vi ho vissuto per 42 anni. Vi ritorno spesso, perché lì risiedono attualmente alcuni miei familiari. Se ricordo bene, ho anche avuto modo di incontrarla di persona, in passato, forse per via di comuni frequentazioni. Le scrivo per informarla che nel mio blog scrivo spesso di ciò che accade a Castellammare. Posso invitarla a dare un’occhiata all’ultimo post che vi ho inserito, riguardante un ‘luogo di culto’ che intralcia il traffico in viale Dante Alighieri, in prossimità della scuola elementare Basilo Cecchi? Se vorrà, potrà leggere e vedere su

“http://raffrag.wordpress.com/2010/01/18/una-citta-normale-3/”.

La ringrazio dell’attenzione e le auguro buon lavoro.

Gentile Signor Sindaco,

la ringrazio per il riscontro che ha voluto dare al mio messaggio. Tuttavia, per amor di verità, la voglio informare che, se solo ora mi sono deciso ad invitarla a considerare l’esistenza dell’altarino, è perché per anni (tanti quanti sono quelli ai quali ammonta l’insediamento, e sono, se non vado errato, all’incirca cinque) ho sperato, invano, che le Forze dell’Ordine e/o la Polizia Municipale intervenissero. Infatti, considerando che in quel luogo è allocato un parcheggio pubblico a pagamento, che l’altarino occupa, in un punto critico, buona parte della carreggiata e che gli ausiliari del traffico non sanzionano le auto ’storicamente’ in sosta fuori dalle strisce blu, mi è parso sempre implicito che fosse necessario un loro intervento, onde restituire la strada alla normalità. Sicché, nella mia ingenuità ho creduto che le Forze dell’Ordine e/o la Polizia Municipale potessero intervenire senza ’sollecitazioni’, tanto mi pareva palese la violazione. Invero, in un recente passato, ho notato movimenti di addetti all’ordine pubblico in quella zona, soprattutto subito dopo l’infausto omicidio del consigliere Tommasino, ma nessun provvedimento sembra essere stato adottato in via definitiva. Pertanto, sorpreso dal fatto che la cosa potesse non essere nota, mi sorge il dubbio che gli ‘accertamenti’ utili a dare risposta ai miei quesiti siano già stati effettuati in passato e che da essi tutto sia ‘miracolosamente’ risultato in regola.

La ringrazio dell’attenzione e le auguro buon lavoro.

Sì, me lo dicesti, due volte ci siamo conosciuti,
prima che in questa Gordio d’enigmi sospesi irrisoluti
restasse una voce senza essenza oltre la chiave,
con le sue nenie odori piume appese ad una trave
collane anelli e ogni sorta d’umana presunzione.

ultime cose sul mar Ionio

Quasi fatta mercato delle pulci la tua speme
pure rimane un inventario di v(u)oti incerti estremi:
pozioni numeri memorie croci corone bugiardini
e reliquie d’acque sante in una folla di santini.
Resta pure la traccia, sepolta, dispersa nelle carte,
che conobbi il futuro e non seppi in altro trasmutarlo:
perché la seconda fu la tua ultima stagione,
l’ultima volta che ci siamo conosciuti.

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Sono stato di recente alla presentazione del libro Mafia pulita, scritto dal giornalista Elio Veltri e dal magistrato Antonio Laudati, avvenuta in un gran viavai di magistrati e di amministratori, oltre che di forze dell’ordine impegnate nelle scorte. Ho notato, tra gli altri, anche il sindaco di Castellammare. E ho ancora una volta avuto modo di riflettere sul teorema della cultura dell’illegalità, richiamato da uno dei presentatori, il senatore Luigi Bobbio, di come, cioé, l’illegalità che permea la società a tutti i livelli trovi radici nelle piccole illegalità quotidiane commesse dai comuni cittadini. Insomma, mi sono sentito sotto accusa, perché chi di noi non è complice di qualche ‘piccola’ illegalità scagli la prima pietra.

Non mi dilungo oltre su questo teorema, perché ne ritengo la tesi meritevole di una più approfondita analisi, a partire dalla saggezza dei nostri antenati, la cui convinzione che ‘piscis primum a capite foetet’ (‘o pesce fete da ‘a capa) è ancor oggi diffusa, ed accreditata, in tutti gli strati della società. Mi soffermo, invece, sul valore dell’esempio, al quale il senatore di cui sopra ascriveva scarsa o nessuna importanza. E lo faccio partendo dalla domanda che altre volte ho avuto modo di sottoporre alla vostra attenzione: da dove comincia la ‘cultura’ della camorra? Se avete letto Una città normale. 2, Una città normale, Venti di camorra. 1, sapete anche che è mia opinione che a Castellammare, come altrove, la camorra è nell’aria che si respira. Il ‘mio’ teorema preferito è che essa alligni, manco a dirlo, nelle ‘piccole’ illegalità tollerate dagli amministratori, magari troppo distratti da cose più importanti. Quale esempio di questa tolleranza, ripropongo il tema dei parcheggi abusivi. Stavolta con una fotografia, nella quale

si può apprezzare come il parcheggio pubblico a pagamento sia di fatto sotto la ‘giurisdizione’ di un avamposto della piccola manovalanza delinquenziale, consolidatosi nel tempo intorno ad una statua della Madonna insediata a ridosso della strada. Già ci sarebbe da riflettere sul fatto che l’iconografia religiosa è ricorrente nei rituali della camorra, come in quelli di altre ‘associazioni’ del malaffare. Ma, più semplicemente, mi chiedo: chi ha autorizzato l’insediamento di quel ‘luogo di culto’? E le transenne che lo incoronano, imbullonate sulla pubblica strada, con piante, fiori e sedili posti lì a significare una ‘dovuta’ venerazione, non sono di intralcio al traffico, anche a quello dei pedoni, visto che a meno di dieci metri, esattamente nel punto in cui è stata scattata la foto, c’è un marciapiedi dal quale si accede ad una scuola pubblica? Signor sindaco Vozza, più che in occasioni ‘presenzialiste’ in cui si pubblicizzano libri ‘impegnati’, vorrei vederla presente nei piccoli angoli della città, che sembrano di norma sfuggire al controllo degli amministratori della cosa pubblica.

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Quella mattina, a lezione, il professore le aveva dato un articolo da tradurre. Il suo inglese non era affatto sciolto, e già si angustiava a causa del tempo che le avrebbe richiesto mettere in italiano quelle cinque pagine. Decise che avrebbe chiesto a qualcuno se volesse aiutarla. Ma non sapeva bene a chi. Si sarebbe affidata al caso. Il tipo nell’aula degli studenti era di spalle, seduto a scrivere, quando lei propose: “C’è qualcuno che sa l’inglese?” Lui si offrì subito, perché il senso di solidarietà era forte, in quei tempi. E poi, sì, un po’ gli faceva piacere fare sfoggio delle sue conoscenze. Però voleva anche attaccar bottone. E aveva notato subito quella ragazza alta, dai movimenti di cerbiatta, formosa, ma riservata nella sua grazia già matura. Pareva diversa dalle altre, spigliate, disinvolte. Con queste ultime, in genere, lui stava sulle sue: non gli piaceva dar corda alla loro esuberanza. “Sì, me la cavo con l’inglese. Di cosa si tratta?” Le diede appuntamento a quattro-cinque giorni dopo, il tempo necessario a metter tutto per iscritto. Poi, dopo che si furono lasciati, confessò a Luciano che quella ragazza gli piaceva. Si informò se l’avesse mai vista con un altro. Quando dichiarò la sua incertezza nel parlarle, temendo di avere un rifiuto, Luciano fu perentorio: “Tu mena ‘o capo ‘nterra e nun te preoccupà.”

Faticò non poco per completare la traduzione nel tempo concordato. Era sulle spine, e avrebbe voluto rivederla. Si recò all’appuntamento, ma, quando entrò nell’aula degli studenti, lei era già andata via. “Di solito studia con un’amica, di pomeriggio”, gli disse qualcuno, spiegandogli anche la strada che avrebbe dovuto fare se avesse voluto rintracciarla. Da via Mezzocannone si affannò lungo la salita di Santa Chiara e poi, piegando a sinistra, per via Benedetto Croce, fino a via Cisterna dell’Olio. Rammentò che poco più oltre, a vico della Quercia, aveva accompagnato suo padre, qualche tempo prima che morisse, nella ricerca di un editore che gli pubblicasse un commento ad una famosa ode di Saffo. La raggiunse a piazza Dante, finalmente. Accadde lungo salita Pontecorvo, la strada di basoli che portava alla casa di Maria. Trovò il coraggio di chiederle quello che aveva in mente. “Non so, aspettiamo” rispose lei sfuggendo il suo sguardo, “ci devo pensare.” Ma l’emozione era forte, e già sapeva, in cuor suo, come sarebbe finita. Certo, non per sentirsi chiamare da lui col suo nome. Già, perché, per gioco, egli minacciava che non l’avrebbe fatto fin quando lei non avesse accettato. Difatti, l’attesa durò appena una settimana. L’accompagnò a casa in motocicletta. La luna era quasi piena, dietro le torri di Castel dell’Ovo. Era l’ultimo sabato di maggio, e fu così che ebbe inizio la loro prima estate.

Sul far dell’autunno, poco dopo il compleanno di lei, decisero di investire i loro piccoli guadagni per prendere una camera in subaffitto, presso un compagno di studi ch’era sempre in prima fila nelle rivendicazioni studentesche. Per concedersi un po’ di intimità, quando ne avessero voglia, perché, anche se la desideravano, la convivenza non era ancora facilmente concessa dalle famiglie d’origine a quei tempi. Fu nella tranquillità di quella camera, a via Milano, che si confidarono e cominciarono a far progetti per il futuro. Si raccontarono quel poco che avevano fino ad allora vissuto. Non si sa bene perché, ma lui le raccontò anche che poco più di un anno prima, a luglio del ’71, era stato in un bar con quattro colleghe per festeggiare il superamento di un esame ‘tosto’. Tra di loro aveva notato una ragazza, più che per la bellezza, per la riservatezza, ed egli non l’aveva mai più rivista. Chissà. E lei, con semplicità, gli rispose: “Ero io quella ragazza, ed ora posso dire d’essermi innamorata fin da allora”.

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Qui non si rinviene, tra le memorie, un segno scritto:
nemmeno la pena di mentire che fosse tutto normale,
neanche l’intenzione della prossima cena d’osteria.
Perché tra noi, lo so, era detto il poco ch’era detto:
non v’era affanno di dedicarsi a stratagemmi umani,
e tacevamo il resto. E quasi folli che potesse il silenzio
più d’una turba di frivole parole, neanche cura c’è stata,
per l’aldilà, d’escogitare, pur inaffidabile, un richiamo.
Quale sollievo vendimi, signore, un linimento
al suo dolore, un’alchimia che levi la mia pena.
Ma già ripenso la follia di sciogliere in unguento
le catastrofi dei tragitti spaziotemporali.Se poi volessi cercare dove sta, la pensierosa,
da questa parte o quella, del mare o della festa,
è certa conoscenza che non resta per quello che non è
sistema di riferimento, il trucco che disunisce l’essere
in quattro reperti quattro di modernariato.
Quale sollievo ti svelerò, signore, la sola certezza
che dà pace: per quello che non è, l’essere stato.

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Anima mia,
tu dimmi l'ultima poesia,
prima che sul vetrone scenda il buio
e si disciolga il nostro sonno a un coro,
ricordami qual è la casa dove andremo,
quale di quelle all’interfaccia della terra,
dove parve la vita d’acqua e d’aria urgente,
e dolce il sale.

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Le informazioni, anche di carattere tecnico, desumibili da un blog e dai commenti ad esso inerenti, sono riservate? Avete mai riflettuto sul fatto che spesso è sugli argomenti di chi adopera Bloglonia come un luogo per nascondersi che fanno leva molte delle proposte di regolamentazione della rete?

I commenti che seguono, di cui si può leggere su Nelmondocistoscomoda Blog, capitano a proposito. Le cose di cui si argomenta, due miei commenti precedenti, sono state oscurate. Lo ritengo legittimo, così come ritengo legittimo inserire qui i commenti restanti. A futura memoria, perché così mi va.

8. su 4 Dicembre 2009 a 8:17 AM | Replica valeaparigi

@raffrag: carissimo, è la prima volta che oscuro un commento, semplicemente perchè trovo che avresti potuto evitarlo per ovvie ragioni. Se avessi voglia e piacere di dire dove abito, dove lavoro, passo il mio tempo libero e i nomi e cognomi delle persone delle quali scrivo, li scriverei chiaramente, non trovi? E questo non significa, credimi, che ci hai azzeccato, solo che non mi va che nel mio blog si faccia riferimento a luoghi o persone che non hanno nulla a che vedere con quello che scrivo e che vorrei poter scrivere in libertà. Il tuo commento lo avrei oscurato pure se avessi nominato un’Università o altro…a buon intenditor poche parole (se cercavi un’indizio eccotelo!). Anzi, sai che ti dico, magari ci avessi azzeccato: non mi dispiacerebbe affatto. Comunque, ti chiedo cortesemente di evitare in futuro.

Ciao

9. su 4 Dicembre 2009 a 8:44 AM | Replica raffrag

@valeaparigi

In tal caso, invece che oscurare il commento, bastava smentire. Ma tu lo sai, vero, che tenere un blog è come stare esposti in pubblica piazza, ed accettarlo? E tu stessa, in un commento precedente, hai dichiarato dove vivi. Comunque, tranquillizzati, il mio commento voleva essere una battuta. Non insisterò sul tema. A presto.

10. su 4 Dicembre 2009 a 8:59 AM | Replica valeaparigi

@raffrag: non sono affatto d’accordo con te, non mi piaceva tenere lì il commento anche perchè, come saprai visto che lo hai citato, il luogo cui fai riferimento è un posto molto conosciuto e prestigioso e la cosa non mi sembrava opportuna. Comunque per accontentare la tua curiosità, ti ho già fatto capire chiaramente che il mio luogo è l’Università, naturalmente non dirò quale perchè non mi va e perchè il mio modo di intendere il blog non è quello di sputtanare tutto di me, ma di potermi esprimere liberamente. E poi, non devo affatto tranquillizzarmi, perchè tranquilla lo sono e non ci sarebbe motivo di non esserlo. Come giustamente dici, ho apertamente dichiarato di abitare a Roma…infatti nel mio commento a te intendevo dire che ovviamente non mi sogno di scrivere il nome della mia via nè il mio numero di cellulare ed invitarvi a prendere un caffè. Comunque ti ringrazio per aver capito e deciso di non insistere su questa strada: a me interessa avere uno scambio di idee e pareri, anche contrari al mio, poter fare chiacchierate interessanti e stimolanti. Il resto non mi interessa, altrimenti mi sarei iscritta su facebook o boiate simili.

Un caro saluto,

Vale

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