Please do not eat
Please do not drink
Please do not piss
Please do not evacuate
Please do not disturb
And last but not least
Please do not breathe
LHC AT WORK
Scritta dopo aver letto questa notizia.
8 Novembre 2009
Please do not eat
Please do not drink
Please do not piss
Please do not evacuate
Please do not disturb
And last but not least
Please do not breathe
LHC AT WORK
Scritta dopo aver letto questa notizia.
29 Ottobre 2009
Ahi, rare volte errava la tua veste a questa scesa,
ove s’addorme l’ombra ad un riposto acquario,
e ora che ci torno è d’aridi cespi un inventario,
un liquido intricarsi di scrosci in sorda attesa.
Se si celano muschi dentro il fragore d’una rupe,
io smarrire non so quella ginestra ardita, perduta
alla dolomia, la tua sembianza ad ogni grido muta.
E’ tale la mia pena: indovinar fattezze in forme cupe.
Domani a un’altra terra, se come d’autunno arse
scopriranno le sue foglie d’acqua, roride di brume
andranno l’erme giovanili in giostra d’aria e sparse
gioie, siccome alle brezze di Scilla obliate schiume.
21 Ottobre 2009
Oggi ritorno sul tema della camorra a Castellammare di Stabia. Pur vivendo altrove, mi ci reco spesso tuttora, perché è la città in cui sono nato, e la mia attuale residenza non è molto distante da essa. Il mio precedente post del 25 marzo di quest’anno si concludeva stigmatizzando le parole del sindaco, il quale, dopo l’omicidio di un consigliere comunale del Partito Democratico, aveva affermato in un’intervista, con le lacrime agli occhi, che Castellammare aveva fatto un cammino straordinario per riprendersi, pur dovendo sempre confrontarsi con le attività della camorra.
Personalmente, ho imparato da piccolo che non ci vuole molto per accorgersi della presenza della camorra. Te ne avvedi nella vita di tutti i giorni, quando un ‘parcheggiatore’ ti si avvicina per chiederti la ‘mancia’ ai margini di un parcheggio comunale, in pieno centro, od in prossimità delle aree a libero parcheggio, alle opposte periferie del porto commerciale e del porto turistico. Te ne avvedi quando ti chiedi come mai la strada lungo il marciapiede dell’acqua della Madonna sia occupata da sedie vigilate dagli immancabili ‘parcheggiatori’, allorché i chioschi che lo costellano, un tempo abusivi, effettuano la loro apertura stagionale. Te ne rendi conto quando, al limitare di un parcheggio comunale, presso una statua della Madonna, posta ’stranamente’, eppure lecitamente, lì, a ridosso del passaggio delle auto, si addensano piante, sedie, e talora panchine, invadendo la strada. Lo sai, e sei stato educato a tollerare, che la base della piramide camorristica è in genere occupata dalla bassa manovalanza dedita alle ‘piccole’ illegalità.
Non vedrai mai un vigile in quei luoghi, mai le forze dell’ordine, se non in coincidenza delle grandi occasioni o di qualche ‘accidentale’ omicidio, quando, come per magia, si intensificano i controlli. Anzi, spesso vi scorgerai gli ausiliari del traffico intrattenersi amabilmente in chiacchiere con i ‘parcheggiatori’. E allora, quando leggi che uno dei killer del consigliere comunale era iscritto al Partito Democratico, lo stesso partito che sostiene il sindaco, tiri le somme e capisci cosa volesse forse dire quest’ultimo nella sua disperata intervista. E ti chiedi anche perché mai qualcuno vada predicando che è dalle tue piccole trasgressioni alla legge che comincia l’illegalità.
7 Ottobre 2009
Risento la sua voce, ed è per me come l’avventura,
che a rinnovato fuoco brucia alla levata mattutina
l’ultimo spettro al cercatore. E non ditemi adesso,
se ancora ritorno a quest’antica ripa, che v’era sordo
lo stridìo del gheppio. Eppure, s’era detto
che qui si spenge ognora l’arsura della selce,
ed era noto che vi s’annega la vertigine del vuoto,
come blandisce orride visioni il levitar d’acquose piume
alla prima ventura degli infanti. E non ditemi ora
che a risuonar su questa china moriva la sua nota
in galaverna, nel macramè di smerli dipinti a tramontana.
29 Settembre 2009
Anima mia, perdona, se senza gronda
d’acqua dirotta s’infradicia l'abbraccio,
ma sai, l’incanto è se in ocra si disfano
le foglie, e a varco s’apre il fremito
del bosco, e lesta si scioglie in bruma
la caligine. Se alita pollini una bava.
Ricordi? Era di maggio dove a un tratto
s’addormenta la penombra e la pietraia
già s’arruffa di gariga. V’immaginammo
il nostro affanno al principiar dell’erta.
O costa antica, di rusco fatto gelsomino,
croco, assenzio e argento in mille pose,
e’ stato indarno scaldarsi alla tua roccia
se s’intride di gelo il tuo granito adesso.
28 Settembre 2009
Qui si fa aspra la costa di gariga.
Poi s’indovina il limitar del bosco
come la sete s’allenta alla selciaia.
La voluta d’un fumo già m’acceca
allor che muore il palpito dell’erta;
e a ben pensarci, quello che manca
a questa china di requie inesaudita
è la tua essenza di petali inviolati
sopra alla sfera tremula del mare,
luna versata in piano, orizzontale,
lo sciabordìo di spume, in fondo.
E tu, vapore che si leva a primavera,
ti muti in cenere al margine del passo,
sì che v’affondi l’orma del mio gelo.
25 Settembre 2009
Qualcuno di voi ricorderà la Chiattoneria, di cui ho scritto tempo fa. Tra i commenti al post, c’era quello di Valentina, ch’era la testimonianza di un sogno. La foto mostra quel che ne rimane. Peccato.
19 Settembre 2009
Quest'anno
(o l'anno scorso?)
ci hai detto
(o letto?)
tempi musicali
a passo a passo
su per sentieri
a Champdepraz.
Non so di voi,
ma io
l'ho fatto mio
questo tantantà,
questa cadenza rag
dei vostri passi
lungo la salita,
ora che siete in due,
ed eravamo in tre,
fino alle nevi
del Lac Gelé.
9 Settembre 2009
Crestaz, il padrone di casa, aveva cercato di dissuaderli dall’andare. “E’ pericoloso, d’inverno, col ghiaccio. Si rischia di cadere a valle. Anche se è esperta, la gente del posto non ci va”. Ma l’idea di passare quella breve vacanza, la prima tra le nevi di Champdepraz, scorrazzando liberi sulle montagne, quando ancora non c’era il parco del Mont Avic, li aveva fatti tornare ragazzi, ai primi cimenti sulle montagne vicino casa. Erano già stati alla Miniera di Herin e al Lac de Serva, dove avevano collaudato le racchette fatte in casa. Ora li aspettavano le acque quasi sempre gelate del Lac Gelé. Lì c’erano gli stambecchi.
Da Veulla fino al Magazzino, lungo la piana di Chevrère, la salita fu agevole. Poi il sentiero prese ad inerpicarsi veloce ai piedi dei costoni martoriati del Mont Avic. Sulla sinistra la montagna sprofondava ripida nel torrente del Lac Gelé. Sul versante opposto troneggiava il Bec de l’Espich. Lì la neve diventò ghiaccio. Per evitare di scivolare, il maggiore doveva badare ad ogni passo di affondare per bene i suoi stivaletti impermeabili. Ma tenne duro fino al nevaio, che attraversarono aiutandosi con una corda.
Fu lì che si arrese all’evidenza: per quanto calcasse i piedi con forza, i suoi calzari non affondavano più, e l’equilibrio era precario. Gli altri due, invece, potevano contare sulla maggior tenuta dei loro scarponi da montagna e, pur senza ramponi, sembravano procedere con sicurezza. Decise rapidamente, e li informò che intendeva rinunciare, per evitare incidenti e per non rallentare il loro passo. Erano quasi a metà giornata e, se non fossero giunti presto al valico, dal quale li separavano ancora seicento metri di dislivello, c’era il rischio che dovessero percorrere la strada del ritorno al buio.
Ritornò indietro lungo il nevaio e poi discese verso il torrente, pensando che lì fosse minore il rischio di cadere malamente. Si fermò a seguirli con rammarico inquadrandoli nel teleobiettivo della fotocamera, fin quando furono troppo piccoli. Durante la discesa lungo l’alveo riuscì a cavarsela con un bagno nelle acque gelide che scorrevano sotto una spessa crosta di ghiaccio. Poi raggiunse il sentiero e s’incamminò verso casa, dove arrivò che era già buio, perché percorse a piedi anche la carrozzabile che da Champdepraz portava fino a Veulla. Gli altri due giunsero in tarda serata, contenti di avere avvistato gli stambecchi. Anche se uno di loro, in vetta, era sprofondato in una fossa piena di neve, dalla quale era risalito a stento, mentre l’altro disperava di trovarlo, ce l’avevano fatta, e Crestaz si complimentò con loro. Era andata bene, e io sono qui a raccontarlo.
3 Settembre 2009
Amici, è quasi grigio ebbene
il cielo delle cose andate,
e più la traccia spesso si confonde.
Ecco, è giunto il tempo che vi informi:
al punto di non ritorno son tornato,
quello che noi fingemmo fosse
a primavera il suo futile fuoco.
L’erba cresciuta alta negli anni
cela alla vista l’antro dell’Inferno.
Sono disfatti in cenere tra i rovi
i piani per un lungo soggiorno.
Ma certo il luogo è quello del ricordo.
Tranne che ora quasi farfalle inerpicati
ognora stiamo ai cardi della vita
a lacerarci la geometria dell’ali.