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a Camilla Scala
Rimase senza dita il cuore. Dopo
Tre stagioni glielo dissero le gemme
Dell’inverno che pure al logoro spartito
Rigide di gelo stavano le note, attanagliate
Dalla galaverna. Lo spiegarono i fiori:
Era già il tempo di nuovi turbamenti,
Di rinverdir la speme alle corde dell’arpa,Che la misura stretta tenne dell’arcano
E spazio grande diede alle parole e ai sensi.
Ma rimediar non seppe la scienza dei dottori:
Scovarono alambicchi e semplici alchimie
E in allegato alcune cose senza senso,
Che indifferentemente diconsi poesie.

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They tell they met you in a dream,
Whilst playing amongst excited kids,
Whilst saying that you feel well, at last,
And have forgotten every past pain.
But even though in good shape you look
To those who in soul survival trust,I only dream the pains you lived,
From your silence I learn that dreams are
The caress for those who remain in this
Painful land and stay alone counting stars
Dying out in Saint Lawrence’s sky.

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a Ida De Santis
Dove ho sepolto l’ùpupa che zigzaga flessuosa
– “Hup-hup-hup” – oltre il mirto di Voidokilia,
Il vascello affondato nel sale, l’ambra vogliosa,
La cernia che s’intana, la murena che annaspa,
Nestore l’eremita delle dune di Paliokastro?
Dove ho nascosto la pinna la ciprea di Scilla
– “Ciac-ciac-ciac” – i molluschi le spume tra i sassi,
I grani spietati del tempo dispersi tra gli astri,
La macchia a ginepro bruciata, la sapida arsella,
La mano audace sulla spiaggia del Buon Dormire,
Dove l’airone impettito che svetta, che grida
– “Cra-cra-cra” – tra le canne di Giàlova, e nel cratereDi Perachora la sua pelle tiepida e salmastra,
La gialla medusa, la vampa che arde ogni cuore,
E sepolti nel cosmo tre tritoni di finto alabastro?
Dove s’è lasciato andare il mio cuore dilaniato
– “Tum-tum-tum” – tra foto che non posso guardare
E vesti di porpora, d’ambra, di noce, d’opale,
Di pelle lunare, tra lettere scordate al limitare,
Dove s’è abbandonato il silenzio trafitto dell’arpa,
Tra note accorate e rosari che non oso bruciare
– “Shhh-shhh-shhh” – di questo inventario che tace,
Troppo sanguigno, troppo ventoso, troppo vivo,
Troppo amaro, troppo implacabilmente loquace?

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E come mesto batte il cuore
I rintocchi della sera,
S’azzitta il bisbiglìo sommesso
Oltre il pudore degli scuri.
La luna ammutolisce incerta.
Gli amanti stanno soliDentro al silenzio delle alcove.
Così di colpo tace ogni vana gloria,
Ogni agognata speme d’allegrezza,
E lesta sbotta la carezza
Della pioggia in temporale.

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Accadde di dicembre, in ver l’inizio,
Quando nell’ombra delle pergole
D’autunno s’adunano le foglie e,
Come per sempre, vorrebbe il cuore
Intorpidirsi sul tepore delle selci:
Inerme e rosso presero il suo cuore,
Come si coglie una fragola d’estate.Poi venne il gelo del solstizio,
E tutto pare vada bene, adesso,
Tranne ogni cosa, ché gli hanno
Messo in petto il cuore d’un poeta,
Come si potesse, quasi si dovesse,
Ed una selce infissa dentro viva,
Acuta come la falce della luna.

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C’era, di meglio, che un ultimo lucore
A darvi d’allegrezza della vita fummo
Destinati. Accompagnarvi in ogni istante,
Fu, dopotutto, quello che implorammo.
Ma il dado è stato tratto, e adesso siamo
Qua, nel limbo della perenne quarantena,Ad aspettare invano che ci raggiungiate.
E intanto si dilegua il tempo che vi resta,
Irreparabilmente, nel pianeta dell’assenza,
Nella terra dell’attesa, nel delirio dell’eterna
Titubanza, che ognora subdolo v’illude,
O voi che siete stirpe mortale di Cibele.

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Paris’ palaces spread out in brush strokes;
The impressionist Seine, its turgidness;
The sun caressing my heart’s willows,
Soon burning them in a Muslim Palermo.My vagrant sons taking me by the hand.
It is time, at last, for exorcized news:
My soul of glass preserved under glass.

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Voi siete l’agave che nasce per morire
E la ventura ognora mi dà in sorte,
Già che avete in fondo agli occhi
Gli ulivi d’Esperia bagnati di sole,
E v’inturgida il seno la malinconia
Del mio cuore diviso. Figlie d’autunno,Con voi vorrei la vita in un abbraccio,
Non l’energia risolta in quanti né l’arenaria
Disgregata in grani. Vorrei, se si potesse,
Lo scorrere del fiume senza soluzione,
L’eterno divenire senza gemme distillate,
E poi di Crono persa ogni contezza.

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I palazzi di Parigi distesi a pennellate;
La Senna impressionista, il suo turgore;
Il sole che accarezza i salici del cuore
E poi li incendia a Palermo musulmana.
I figli vagabondi ti prendono per mano.
E’ tempo, dunque, di nuove esorcizzate:
L’anima di vetro in conserva sottovetro.

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a Silvia Vilasi
E a chi fa mostra di lettere d’amore,
Come se fossero teoremi o postulati,
Noi suggeriamo un corso di poesia
Prêt-à-porter, per minimizzare i rischi
D’invenduto. E se gli pulsa il cuore
Ancora, è d’uopo la pronta prescrizione
D’un lungo tirocinio alla lirica di Erato.
Purché decida in fretta, ché quasi manca
Il posto dentro ai banchi del loggione,
E saranno presto irreperibili i suoi vati.

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