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Quale sollievo vendimi, signore, un linimento
al suo dolore, un’alchimia che levi la mia pena.
Ma già ripenso la follia di sciogliere in unguento
le catastrofi dei tragitti spaziotemporali.
Anna MariaSe poi volessi cercare dove sta, la pensierosa,
da questa parte o quella, del mare o della festa,
è certa conoscenza che non resta per quello che non è
sistema di riferimento, il trucco che disunisce l’essere
in quattro reperti quattro di modernariato.
Quale sollievo ti svelerò, signore, la sola certezza
che dà pace: per quello che non è, l’essere stato.

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Anima mia,
tu dimmi l'ultima poesia,
prima che sul vetrone scenda il buio
e si disciolga il nostro sonno a un coro,
ricordami qual è la casa dove andremo,
quale di quelle all’interfaccia della terra,
dove parve la vita d’acqua e d’aria urgente,
e dolce il sale.

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Le informazioni, anche di carattere tecnico, desumibili da un blog e dai commenti ad esso inerenti, sono riservate? Avete mai riflettuto sul fatto che spesso è sugli argomenti di chi adopera Bloglonia come un luogo per nascondersi che fanno leva molte delle proposte di regolamentazione della rete?

I commenti che seguono, di cui si può leggere su Nelmondocistoscomoda Blog, capitano a proposito. Le cose di cui si argomenta, due miei commenti precedenti, sono state oscurate. Lo ritengo legittimo, così come ritengo legittimo inserire qui i commenti restanti. A futura memoria, perché così mi va.

8. su 4 Dicembre 2009 a 8:17 AM | Replica valeaparigi

@raffrag: carissimo, è la prima volta che oscuro un commento, semplicemente perchè trovo che avresti potuto evitarlo per ovvie ragioni. Se avessi voglia e piacere di dire dove abito, dove lavoro, passo il mio tempo libero e i nomi e cognomi delle persone delle quali scrivo, li scriverei chiaramente, non trovi? E questo non significa, credimi, che ci hai azzeccato, solo che non mi va che nel mio blog si faccia riferimento a luoghi o persone che non hanno nulla a che vedere con quello che scrivo e che vorrei poter scrivere in libertà. Il tuo commento lo avrei oscurato pure se avessi nominato un’Università o altro…a buon intenditor poche parole (se cercavi un’indizio eccotelo!). Anzi, sai che ti dico, magari ci avessi azzeccato: non mi dispiacerebbe affatto. Comunque, ti chiedo cortesemente di evitare in futuro.

Ciao

9. su 4 Dicembre 2009 a 8:44 AM | Replica raffrag

@valeaparigi

In tal caso, invece che oscurare il commento, bastava smentire. Ma tu lo sai, vero, che tenere un blog è come stare esposti in pubblica piazza, ed accettarlo? E tu stessa, in un commento precedente, hai dichiarato dove vivi. Comunque, tranquillizzati, il mio commento voleva essere una battuta. Non insisterò sul tema. A presto.

10. su 4 Dicembre 2009 a 8:59 AM | Replica valeaparigi

@raffrag: non sono affatto d’accordo con te, non mi piaceva tenere lì il commento anche perchè, come saprai visto che lo hai citato, il luogo cui fai riferimento è un posto molto conosciuto e prestigioso e la cosa non mi sembrava opportuna. Comunque per accontentare la tua curiosità, ti ho già fatto capire chiaramente che il mio luogo è l’Università, naturalmente non dirò quale perchè non mi va e perchè il mio modo di intendere il blog non è quello di sputtanare tutto di me, ma di potermi esprimere liberamente. E poi, non devo affatto tranquillizzarmi, perchè tranquilla lo sono e non ci sarebbe motivo di non esserlo. Come giustamente dici, ho apertamente dichiarato di abitare a Roma…infatti nel mio commento a te intendevo dire che ovviamente non mi sogno di scrivere il nome della mia via nè il mio numero di cellulare ed invitarvi a prendere un caffè. Comunque ti ringrazio per aver capito e deciso di non insistere su questa strada: a me interessa avere uno scambio di idee e pareri, anche contrari al mio, poter fare chiacchierate interessanti e stimolanti. Il resto non mi interessa, altrimenti mi sarei iscritta su facebook o boiate simili.

Un caro saluto,

Vale

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Riprendo la notizia del recente incidente al Large Hadron Collider, dei cui dettagli tecnici si può esaurientemente leggere qui e qui, per commentare brevemente il comunicato emesso dal CERN, anch’esso reperibile in originale nel primo dei link sopra riportati, dopo avervene proposto la traduzione.

Giovedì 3 novembre un uccello che trasportava una baguette ha provocato un corto circuito in una installazione elettrica esterna, che serve i settori 7-8 e 8-1 dell’LHC. Tra gli effetti secondari, si registra un’interruzione del funzionamento del sistema di raffreddamento dell’LHC. L’uccello è fuggito sano e salvo, ma ha perso il pezzo di pane.

I normali sistemi di sicurezza si sono attivati e, dopo l’identificazione della causa, il raffreddamento della macchina è ricominciato ed i settori interessati sono stati riportati alla temperatura di funzionamento la scorsa notte. In sostanza, l’incidente è stato simile ad una normale interruzione della corrente elettrica, alla quale i sistemi di protezione della macchina sono molto ben preparati.

Bene, a leggere questo comunicato, mi vengono in mente la storiella di Newton e della mela e l’aneddoto di Galilei che lascia cadere pietre e piume dalla torre di Pisa. Perché? Perché sono queste piccole curiosità che richiamano l’attenzione di chi non ne sa niente. Chi mai avrebbe pensato che la macchina dell’esperimento di Dio, come viene spesso divulgato dai giornali quello condotto al CERN, potesse stendersi in aperta campagna, dove un uccello lascia cadere (addirittura) un pezzo di pane? E come non immaginare il sacro fermento degli oppositori della teoria dell’evoluzione, i cosiddetti creazionisti, nell’apprendere che Dio si è inventato il mondo stando seduto nell’aia di una fattoria? Anche se, presumibilmente, ancora non l’aveva creata.

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Please do not eat

Please do not drink

Please do not spit

Please do not pee

Please do not poop

Please do not disturb

And last but not least

Please do not breathe

IN LHC WE TRUST

Scritta dopo aver letto questo articolo, che riprende questa notizia. Ma leggete anche il seguito.

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Ahi, rare volte errava la sua veste a questa scesa,
ove s’addorme l’ombra ad un riposto acquario,
e ora che ci torno è d’aridi cespi un inventario,
un liquido intricarsi di scrosci in sorda attesa.
Se si celano muschi dentro il fragore d’una rupe,
io smarrire non so quella ginestra ardita, perduta
alla dolomia, quella sembianza ad ogni grido muta.
E’ tale la mia pena: indovinar fattezze in forme cupe.
Domani a un’altra terra, se come d’autunno arse
scopriranno le sue foglie d’acqua, roride di brume
andranno l’erme giovanili in giostra d’aria e sparse
gioie, siccome alle brezze di Scilla obliate schiume.

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Oggi ritorno sul tema della camorra a Castellammare di Stabia. Pur vivendo altrove, mi ci reco spesso tuttora, perché è la città in cui sono nato, e la mia attuale residenza non è molto distante da essa. Il mio precedente post del 25 marzo di quest’anno si concludeva stigmatizzando le parole del sindaco, il quale, dopo l’omicidio di un consigliere comunale del Partito Democratico, aveva affermato in un’intervista, con le lacrime agli occhi, che Castellammare aveva fatto un cammino straordinario per riprendersi, pur dovendo sempre confrontarsi con le attività della camorra.

Castellammare di Stabia

Personalmente, ho imparato da piccolo che non ci vuole molto per accorgersi della presenza della camorra. Te ne avvedi nella vita di tutti i giorni, quando un ‘parcheggiatore’ ti si avvicina per chiederti la ‘mancia’ ai margini di un parcheggio comunale, in pieno centro, od in prossimità delle aree a libero parcheggio, alle opposte periferie del porto commerciale e del porto turistico. Te ne avvedi quando ti chiedi come mai la strada lungo il marciapiede dell’acqua della Madonna sia occupata da sedie vigilate dagli immancabili ‘parcheggiatori’, allorché i chioschi che lo costellano, un tempo abusivi, effettuano la loro apertura stagionale. Te ne rendi conto quando, al limitare di un parcheggio comunale, presso una statua della Madonna, posta ’stranamente’, eppure lecitamente, lì, a ridosso del passaggio delle auto, si addensano piante, sedie, e talora panchine, invadendo la strada. Lo sai, e sei stato educato a tollerare, che la base della piramide camorristica è in genere occupata dalla bassa manovalanza dedita alle ‘piccole’ illegalità.

Non vedrai mai un vigile in quei luoghi, mai le forze dell’ordine, se non in coincidenza delle grandi occasioni o di qualche ‘accidentale’ omicidio, quando, come per magia, si intensificano i controlli. Anzi, spesso vi scorgerai gli ausiliari del traffico intrattenersi amabilmente in chiacchiere con i ‘parcheggiatori’. E allora, quando leggi che uno dei killer del consigliere comunale era iscritto al Partito Democratico, lo stesso partito che sostiene il sindaco, tiri le somme e capisci cosa volesse forse dire quest’ultimo nella sua disperata intervista. E ti chiedi anche perché mai qualcuno vada predicando che è dalle tue piccole trasgressioni alla legge che comincia l’illegalità.

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Risento la sua voce, ed è per me come l’avventura,
che a rinnovato fuoco brucia alla levata mattutina
l’ultimo spettro al cercatore. E non ditemi adesso,
se ancora torno a quest’antica ripa, che v’era sordo
lo stridìo del gheppio. Eppure, s’era detto
che qui si spenge ognora l’arsura della selce,
AM2005ed era noto che vi s’annega la vertigine del vuoto,
come blandisce orride visioni il levitar d’acquose piume
alla prima ventura degli infanti. E non ditemi ora
che a risuonar su questa china moriva la sua nota
in galaverna, nel macramè di smerli dipinti a tramontana.

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Anima mia, perdona, se senza gronda
d’acqua dirotta s’infradicia l'abbraccio,
ma sai, l’incanto è se in ocra si disfano
le foglie, e a varco s’apre il fremito
del bosco, e lesta si scioglie in bruma
la caligine. Se alita pollini una bava.
Ricordi? Era di maggio dove a un tratto
ON THIS SIDEs’addormenta la penombra e la pietraia
già s’arruffa di gariga. V’immaginammo
il nostro affanno al principiar dell’erta.
O costa antica, di rusco fatto gelsomino,
croco, assenzio e argento in mille pose,
e’ stato indarno scaldarsi alla tua roccia
se s’intride di gelo il tuo granito adesso.

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Qui si fa aspra la costa di gariga.
Poi s’indovina il limitar del bosco
come la sete s’allenta alla selciaia.
La voluta d’un fumo già m’acceca
allor che muore il palpito dell’erta;
e a ben pensarci, quello che manca
a questa china di requie inesaudita
petaliè la tua essenza di petali inviolati
sopra alla sfera tremula del mare,
luna versata in piano, orizzontale,
lo sciabordìo di spume, in fondo.
E tu, vapore che si leva a primavera,
sei come cenere al margine del passo,
ove s’affonda l’orma del mio gelo.

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