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Il padre di lei, che a Castellammare aveva lavorato, trovava l’Acqua della Madonna gustosa e benefica per i suoi incipienti problemi urinari. Così la domenica, prima di dirigersi alla volta di Ercolano, dove sarebbero stati ospiti a pranzo, presero l’abitudine di recarsi al porto per raccogliere nelle damigiane una decina di litri del provvidenziale liquido. Si accedeva direttamente alla banchina, ed egli, lasciati la compagna e i due piccoli nell’auto in sosta, si avviava verso gli scalini che tuttora scendono al piano del mare, dove sgorga la fonte pubblica. Fin dalla prima volta, si accorse che gli estimatori dell’acqua erano soliti lasciare le borse con i loro averi nelle auto aperte. E più d’uno, invece di adoperare contenitori grandi per abbreviare i tempi della raccolta, si attardava a riempire la pletora di bottiglie che accortamente aveva pensato di adibire allo scopo. Malauguratamente, si avvide anche che lì, a presidiare il territorio, c’era la bassa manovalanza della camorra. Costoro, approfittando dell’assenza dei proprietari, avevano gioco facile nel prelevare le borse dalle auto incustodite.

La banchina dell'Acqua della Madonna. Sullo sfondo, i silos del grano.

La banchina dell'Acqua della Madonna. Sullo sfondo, i silos del grano.

Le prime volte provò ad avvertire i malcapitati chini accanto a lui a raccogliere l’acqua. Ma i malfattori gli ingiunsero di tacere. Allora adottò un’altra tecnica, certamente più dispendiosa: prima di scendere alla fonte, si fermava a sorvegliare le auto incustodite, finché i loro proprietari non fossero risaliti per deporvi i contenitori e rimettersi alla guida, consapevole che, se qualche malintenzionato fosse comunque entrato nelle auto, poco avrebbe potuto fare per impedirglielo, tranne che venire alle mani. Eppure, per strano che possa sembrare, in quell’epoca la gente di camorra non amava agire allo scoperto come ora. Ben presto una minaccia lo costrinse a rinunciare anche a quell’escamotage: se non si fosse fatto i cazzi suoi, guardando da un’altra parte, gli avrebbero spinto in mare l’auto con tutti i suoi cari. Un’esagerazione, forse, ma non si sa mai. Meglio rinunciare. E fu così che ebbe fine quell’amorevole consuetudine domenicale, tenuto anche conto che, allora come ora, da quelle parti non si è mai visto un tutore dell’ordine. Erano gli inizi degli anni ottanta, ed il futuro di Orwell sarebbe cominciato di lì a poco.

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In questo paese di merda, quando sparano a un suonatore ambulante in una stazione del metrò, nessuno deve parlare, nessuno deve vedere, nessuno deve sentire, nessuno deve intervenire. Tutti devono farsi i cazzi loro. Qui è la camorra che detta legge, la sua legge di prevaricazione e di morte. Qui niente capita perché la gente sia distratta o indifferente o smarrita, ma perché questi sono gli ordini della camorra. Ora, se ci fossero state le Nuove Ronde Partenopee, in quella stazione, cosa pensate che avrebbero fatto? Ma via, avrebbero obbedito a chi impartisce loro ordini superiori! Da Napoli niente di nuovo, tranne la solita cronaca.

http://napoli.repubblica.it/dettaglio_1

http://napoli.repubblica.it/dettaglio_2

http://napoli.repubblica.it/dettaglio_3

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Qui
in qualche dove
c'è una parte di me
e d'essa
(a me sì care)
le passate compagnie.

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Sicché capita che arrivi con l’auto nel bel mezzo del mercato, non per colpa tua, ma a causa della segnaletica insufficiente o sbagliata, e qualcuno tra la gente ti rinfacci d’essere in piena zona a traffico limitato; capita che due individui, senza casco, a cavalcioni d’una moto di grossa cilindrata, ti tampinino prima e ti tamponino poi, levando provocatoriamente irriferibili epiteti all’indirizzo dei tuoi cari, perché la loro fretta di superarti è frenata dalla strada stretta, e la folla si accalca disordinatamente attorno alla tua auto, occupando tutto lo spazio teoricamente disponibile; capita che tu finga di non avvedertene, e di non udire, e prosegua diritto come una rompighiaccio, disperatamente sperando che la calca s’apra come il mar Rosso a Mosè. Capita. E poi, come d’incanto, davvero capita che il mare si ammassi ai lati della viuzza, ma non per gentilezza, e tu intuisca che qualcuno dalla moto ha mandato un segnale, che ti lascino strada, perché la tua involontaria lentezza dà ingombro alla sua fretta. Capita anche che i media strombazzino di bande sgominate, qui e altrove, e tu non te ne interessi, e finga di non sapere, come se la cosa non ti riguardasse, perché capita che poi al mercato ci ritorni, tu, e le sue regole non sono affatto cambiate.

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Se debbano gli addii
celare qualcosa di speciale
un gesto una frase
una (diuturnamente) taciuta sofferenza.
O palesare un ultimo segnale.
Se di fatto debbano esplicare
quasi una finale ripa
una fatale meta
delimitare invero
l'ora mesta dalla lieta.

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Da bambino, trascorse le sue prime estati in un paesotto del Cilento, ospite della zia, al primo piano di un vecchio palazzo padronale. L’ingresso si schiudeva su un appezzamento di terreno. Lì, innanzi che la zia si trasferisse nelle case popolari, passava i pomeriggi con due ragazzette del posto, con le quali si consumavano i suoi trastulli infantili. C’era spazio per i girotondi, tra le spighe turgide e rigogliose, e talora le loro sottane si allargavano a ruota, aprendosi schiette sulle candide pecche della biancheria. Quell’esposizione era parte del gioco, e alimentava la confidenza, la quale presto si spinse al punto che le fanciulle non celarono più, quando sopraggiungeva, la voglia di far pipì. Dopo avere tirato giù le mutandine con la maestrìa delle femmine già fatte, si acquattavano alla meglio nell’erba, che non era alta a sufficienza per nasconderle del tutto al suo sguardo. Ma esse non tradivano soverchia ritrosìa a mostrarsi, ché la complicità rinfocolata dalla finta illusione di occultarsi era più forte dell’imbarazzo. E poi, tra le pannocchie i loro discorsi spesso si soffermavano su argomenti ‘personali’, solleticando in lui la curiosità per quell’universo sconosciuto. Però la zia era inflessibile. Manteneva un atteggiamento severo ed era ferma nel non dargli risposte. Silenzio e mistero, su quel tema, come dettavano i tempi. Eppure…

Eppure v’era un rituale al quale la donna, prossima ai sessanta, ma con un corpo ancora florido, si dedicava ogni sera, all’atto di coricarsi. Una reminiscenza del tempo in cui il marito era ancora in vita. Puntualmente, offrendogli la schiena, si sfilava le mutande e restava nuda, senza vergogna, a lato del suo giaciglio, che era tra il vecchio letto matrimoniale e lo specchio. Rimaneva a contemplarsi per alcuni istanti, prima di lasciare scorrere sui fianchi prosperosi la camicia da notte. Ed egli, informato dell’operazione, sapeva anche che doveva tenere gli occhi chiusi, ché i tempi erano bigotti e non gli era concesso di guardare. Spesso preferiva rigirarsi di spalle, per non cedere alla tentazione. Però quella sera sentiva il desiderio più che mai acceso dagli stimolanti giochi con le ragazze. Avrebbe dato una sbirciatina. Dischiuse leggermente le palpebre, in attesa del rituale. Quando la donna si svestì, accanto a lui, rimanendo scoperta come al solito nella penombra della stanza, il suo sguardo indugiò su quelle forme d’incanto. Carnose, abbondanti, femminili. Un fondoschiena procace. Poi sopravvenne un richiamo. Chiuse gli occhi, con rammarico, ma la magia era fatta. Quando il sonno lo colse, stava fantasticando sull’occasione in cui un’altra donna gli si sarebbe disvelata senza schermi. Ci sarebbero voluti alcuni anni, ma fortunatamente ancora non lo sapeva.

L’immagine è tratta da http://www.picturexl.com/

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Sì, è così, ad Ercolano, città degli scavi e del MAV, la cultura archeologica è talmente radicata che i rifiuti della raccolta differenziata vengono chiamati reperti (ingrandite e leggete la scritta sul cassonetto a sinistra) e sono tanto preziosi da esser tenuti sotto chiave (notate i lucchetti nei cerchi azzurri). Peccato che non si sappia quale sia la loro destinazione finale. Fin da prima della crisi della ‘monnezza’, era già vigente la regola della differenziazione, ma una insistente ‘vox populi’ sosteneva che si trattasse di una messa in scena, organizzata dal comune a fini educativi, perché pare che a valle della raccolta tutto finisse in un’unica discarica. Ed oggi non è facile sradicare il dubbio che i ‘reperti ecologici’ finiscano anch’essi a Ferrandelle, nonostante la loro ‘preziosità’. La TARSU, intanto, continua a lievitare, e men che meno sono in progetto riduzioni per invogliare i cittadini ad attenersi a criteri di smaltimento più stringenti. No, qui tutto si risolve nei lucchetti, sebbene essi rappresentino, beffardamente, la metafora di una sorta di ‘ius’: la monnezza è mia e guai a chi me la tocca. Noi non possiamo che prenderne atto, considerato che, come obbedendo ad una ferrea parola d’ordine, perfino il popolo della camorra sembra essere diventato rispettoso di regole che in passato puntualmente disattendeva. Da Ercolano niente di nuovo, tranne la solita cronaca.

Reperti_preziosi_1

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Oggi ho saputo che è morto Pasquale Cervo. L’ho conosciuto attraverso i ricordi di una sua allieva, che lo amava come si può amare un padre. Da lei ho capito che è stato uno di quei padri che hanno saputo erigere, nell’animo dei loro figli, un monumento più duraturo del bronzo.

Quando partisti,
nelle iridi il sole,
l'ultimo sorto
(e non v'era lampo di sorpresa),
a noi sembrò,
quell'estremo sorriso,
la luce del tramonto
(ma era la fine di un'attesa).
Altri dicono che poi
ti fermasti a guardarci
contemplando l'estasi lasciata.
Or con diversa intesa
i tuoi nipoti come noi
rimescolano foto
in uno scherzo di carte.
Recitare il memento.
Questa del tuo lasciarci
giocosamente ci avanza
patetica finzione.

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Della serie ‘quando il gioco si fa duro, i duri incominciano a giocare’, oggi pubblico la corrispondenza intercorsa qualche tempo fa tra me e l’Ufficio qualità di una nota catena di supermercati, cui va dato atto della tempestività con la quale ha adottato i necessari provvedimenti. Ora, oltre alle confezioni fuorilegge, ne troviamo altre con la tara predeterminata. Tutto sommato, un compromesso accettabile, nel transitorio. Tuttavia, la storia che essa vi racconta continua a ripetersi, con alterna fortuna, ogni volta che andiamo in giro a comprare generi alimentari. Per semplificarci la vita, spesso ci dirigiamo verso punti vendita dei quali abbiamo accertata l’onestà. Per fortuna, da qualche parte qualcosa si sta muovendo. Ma non basta, e noi continuiamo a dibatterci tra l’ottimismo della volontà ed il pessimismo della ragione.

4 novembre 2008
Gentili Signori,
la presente è per informarVi che, presso il Punto vendita ********, ho acquistato generi alimentari preconfezionati in cui non v’è debita sottrazione della tara. Nella fattispecie, l’etichetta di due confezioni di ******* da me acquistate in data 3/11/2008 riportava il peso netto comprensivo di tara, a fronte di una tara riferita di 0 (zero) grammi. A me risulta, invece, che il peso netto si ottiene sottraendo la tara dal peso lordo. Su una confezione di 154 grammi, ho avuto modo di verificare che l’ammontare della tara ed il peso netto erano rispettivamente pari a 13 e 141 grammi. Mi auguro che procediate alle verifiche del caso.
Distinti saluti.

9 novembre 2008
Gentili Signori,
faccio seguito alla mia precedente comunicazione del 4 novembre per confermarvi che anche la seconda delle confezioni di ******* acquistate in data 3/11/2008 presenta irregolarità analoghe a quelle da me già rilevate. La tara ed il peso netto ammontano a 13 e 109 grammi, a fronte dell’indicazione di 0 e 122 grammi, rispettivamente. Inoltre vi segnalo che, nel medesimo punto vendita, all’8 novembre 2008, permangono situazioni di dubbia regolarità inerenti alla stragrande maggioranza dei generi di salumeria preconfezionati. Solo in poche confezioni, per alcuni tagli di formaggio, ho riscontrato l’indicazione di una tara diversa da zero. Tuttavia questa appare inspiegabilmente variabile (tra i 2 e gli 8 grammi, per contenitori di polistirolo identici), al punto da indurmi a non effettuare l’acquisto.
Vi ringrazio per l’attenzione.

11 novembre 2008
Gentile Cliente,
in merito alla Sua seconda e-mail inviataci lo scorso 09 novembre, La ringraziamo innanzitutto per la segnalazione e Le chiediamo gentilmente di comunicarci un Suo recapito telefonico per essere ricontattato dal Ns Referente Commerciale di zona.
RingraziandoLa per l’attenzione, e rimanendo a disposizione per qualsiasi informazione e/o chiarimento La saluto cordialmente.
Firma

12 novembre 2008
Gentile ********,
La devo informare che non è mia intenzione entrare in alcun tipo di contraddittorio, quand’anche telefonico, con nessuno. Mi risulta che altri circuiti di supermercati procedono normalmente, senza necessità di chiarimenti personali con chicchessìa, alla corretta applicazione di tara, peso netto e peso lordo, ed ho fornito tutti gli elementi necessari a ben comprendere il problema e ad accertare la correttezza di quel che ho rilevato. Pertanto, ritenendo che una mia interazione con il Vostro Referente Commerciale sia controproducente, non mi resta che sperare che ******* faccia le verifiche del caso e si regoli come meglio riterrà opportuno.
La ringrazio per avermi dedicato la Sua cortese attenzione.
Cordiali saluti.

12 novembre 2008
Gentile Sign. Ragone,
Le avevamo chiesto un recapito telefonico non per avere un dibattito sulle Sue dichiarazioni, ma per accertarsi che il prodotto in questione era uno a marchio ******* (come pensiamo non fosse) o un fuori assortimento. Infatti il P.V. di ******* è un Nostro affiliato, cioè c’è un proprietario che “dovrebbe” acquistare solo i Nostri prodotti, e attenersi ai Nostri standard, dove purtroppo questo non succede sempre. Infatti pensiamo che il proprietario non rispetti questi standard e che confezioni le vaschette lui direttamente senza inserire la tara. Per questo, la ringraziamo per la Sua segnalazione e faremo le dovute verifiche del caso.
Augurandole buona giornata La saluto cordialmente.
Firma

13 novembre 2008
Gentile Sig.ra *******,
ancora una volta, La devo ringraziare per l’attenzione che sta ponendo alla mia segnalazione. Mi deve scusare, ma preferisco evitare contatti telefonici, a causa di precedenti sgradevoli esperienze. Tuttavia, credo di poter rispondere alle Sua richiesta, in quanto ho conservato le etichette delle confezioni alle quali si riferiscono i miei precedenti messaggi. Gliene allego le copie, perché possa farne l’uso che più ritiene opportuno, pregandola tuttavia di trattarle con la dovuta riservatezza. Se ha problemi con il download dell’allegato, me ne informi, perché provvederò ad inviarLe una copia a minor risoluzione.
Cordiali saluti

14 novembre 2008
Gentile Sign. Ragone,
La ringrazio nuovamente per il Suo aiuto. Le comunico che abbiamo già provveduto alle verifiche che Lei ci aveva segnalato ed effettivamente, come poi ci ha confermato con l’allegato ha pienamente ragione. Per questo prenderemo i dovuti provvedimenti del caso.
Augurandole un buon fine settimana La saluto cordialmente.
Firma

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Gentile Dottor Basagni,

immagino che lei non abbia memoria di me. Eppure, se leggerà questa notizia, questa storia vecchia come il cucco, che ogni tanto riaffiora sui giornali, a causa di qualche magistrato che cerca d’impegnare alla meglio il suo tempo scoprendo l’acqua calda, qualcosa le verrà in mente, anche se non ci siamo mai incontrati. Intanto, le snocciolo i miei, di ricordi. Era il 1982, di luglio, quando lei si laureò in medicina. Rammenta l’argomento della sua tesi? Spettri d’assorbimento, derivate, amminoacidi aromatici, proteine, transizioni conformazionali. Una materia sulla quale ho pubblicato i miei primi articoli di ricerca, ma inusuale per uno studente di medicina. Francamente, non mi sarei aspettato che dopo un lavoro simile lei diventasse medico di base. Diverso il background, diverso l’approccio sperimentale. Eppure ce l’ha fatta. E ricorda il relatore, il professor Balestrieri? Adesso è in pensione, ma nel 1984, esattamente due anni dopo che lei ebbe conseguito la laurea, il destino volle che fossi trasferito presso il suo Istituto. Agli inizi fu molto gentile con me. ‘Tu farai carriera da professore’, mi diceva. Invece, non è andata esattamente così. Forse per gli stessi motivi, chiamiamoli d’ordine stilistico, per i quali mi reputo fortunato di non averla avuta come medico curante, dottor Basagni. Il fatto è che, a mia volta, avevo completato gli studi universitari presso i laboratori del professor Balestrieri, svolgendovi la mia tesi di laurea. Un argomento insolito, allora, anche per uno studente di chimica. Spettri d’assorbimento, derivate, amminoacidi aromatici, proteine, transizioni conformazionali. Insomma, stesso laboratorio, stesso argomento, stesso lavoro sperimentale. Ma con una differenza sostanziale: mi laureai nel luglio 1981, giusto un anno prima di lei, relatore un ignavo collaboratore del professor Balestrieri, con una tesi di cui la sua, dottor Basagni, ha il solo vanto d’essere la fedele fotocopia.

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